L’ultimo canto del mago
Sono passate da alcuni istanti le 2 di notte, oggi Lui compie 98 anni. Respira forte. Bisbiglia antiche formule magiche…
Di Matteo Beltrami
Errare, o andare per via senza meta, è una rubrica di racconti. È un gioco con il vuoto, in cui tacciono le certezze, i dati, le cronache, ma parlano i silenzi, gli sbagli, il dietro dell’angolo che non svoltiamo. L’invisibile cessa di essere mostruoso oppure, come unica alternativa, ridicolo. Errare poi è un verbo che suona, facciamo finta che sia solo un fruscio, al massimo un sentore. Errando catturo delle immagini. Ogni cosa mi risulta tragicomica e questo è il carattere di Errare, forse l’unica patria che gli è concessa.
A Torino è notte fonda ed è in corso un’interruzione dell’energia elettrica. Una densa macchia nero catacombale ammanta la città e sembra volersene impossessare per sempre. I pipistrelli sono tornati nei loro sottotetti, i ratti nei buchi giù al parco e i rospi negli acquitrini degli argini. Non si vedono le stelle, la luna è celata dietro a lugubri nubi bagnate. Le persone sono inquiete, nessuno ha voglia di nominare ciò che si sente nell’aria, ma tutti conoscono il suo nome: paura.
I marciapiedi sono viscidi, ma chi nel momento del blackout si trovava a piedi in giro per il Quadrilatero, San Salvario o Vanchiglia, adesso guarda in basso e non li vede più. Non vede più nulla, solo un buio profondo e c’è chi a tentoni ha cercato il pilastro di un portico o la base di un monumento e ci si è aggrappato, rimanendo immobile ad occhi chiusi, bisognoso di un riferimento solido. Pare di fluttuare nell’ignoto. È in corso una lotta fra la luce e il buio e ogni essere vivente sembra accorgersene. Nel buio pesto si perdono le tracce degli schiamazzi, che diventano bisbigli. Nessuno osa bucare quelle tenebre con effimeri fasci luminosi, per timore di guardarci dentro.
Gli elettricisti del comune non comprendono l’origine del guasto e non ne vengono a capo. Chiamati a un orario assurdo dall’ingegnere capo hanno raggiunto la centrale elettrica. Nessuna spia indicatrice, nessun fusibile esploso. Eppure né i lampioni sulle vie, né i comodini degli insonni sono illuminati nel raggio di chilometri. Gli elettricisti avvertono un inspiegabile senso di smarrimento. Loro, solitamente logici risolutori, si guardano attoniti. Uno azzarda fatalista:
– Non ci sono guasti, c’è solo buio.
– Un buio da mettere i brividi, signori, ma diamoci da fare che di guasti ce ne sono per forza!, balbetta l’ingegnere capo, preda di un’intima apprensione, mentre cerca di scorgere un luccichio qualsiasi oltre la finestra che solitamente, a quell’ora, offre scorci rassicuranti sulla Mole illuminata.

Il fiume Po
Lungo i Murazzi scivola via il Po. Sembra un gigantesco e manso colubro. Scorre ed emette un suono delicato, come il crepitio di minuscole schegge di vetro e piume d’oca che si mischiano in un sacco scosso. Un suono che nessuno ascolta, un fluire al quale nessuno assiste. Nessuno tranne Lui. Sono passate da alcuni istanti le 2 di notte, oggi compie 98 anni. Tiene spalancati due occhi gravi e grigi. Fissa l’oscurità. È in piedi a un passo dalla corrente, avvolto in un largo mantello di lana nera. Ha il capo coperto da un cilindro fasciato con un nastro di seta zaffiro. Respira forte. Bisbiglia antiche formule magiche che nessuno capirebbe. È scoraggiato, come se non riuscisse a decifrare un arduo enigma. Ma di una cosa è certo: quel blackout lo ha prodotto lui. Improvvisamente interrompe la sua invocazione, con movimenti lenti e tremolanti si sfila una pipa di ciliegio dal taschino interno del mantello e se la infila tra i denti. Ravviva la brace di tabacco con un cerino. Dopo un paio di boccate dice:
– È luna crescente, ho bevuto l’acqua santa e sono al cospetto di quella nera. L’orario è quello consono, l’allineamento astrale è chiaro, non ho sbagliato la pronuncia della formula. Eppure tutto quello che ho ottenuto è una banale esplosione di ombre. Ma perché non mi appari? Perché non ritorni da me? Liberami da questa oscurità, amore mio.
Nessuno sa che si trova sulla riva del Po e forse per via del secolo quasi compiuto, che inizia a farlo sentire logoro, per un momento gradisce la sensazione di sentirsi scomparso. Baba, il suo amore di una vita intera, è morta l’anno prima e Lui di questo è furioso, in quanto aveva pattuito con l’occulto la vita eterna per lei. Il suo migliore amico, Lupo, è vittima di un maleficio oblitus, o come invece la definisce il geriatra: demenza senile.
– Demenza senile una trippa di topo. Camici bianchi infetti di giudizio!, borbotta scuotendo il capo.
Sente sulla pelle del viso l’aria della notte raffreddata dal Po. Le ossa dolgono, sarà arduo risalire dai Murazzi e impiegherà un’eternità a raggiungere la branda nel retrobottega della libreria esoterica di Via Lombroso. Compie dei passetti su sé stesso per voltarsi, pare un ballerino di tip-tap sfinito. Si avvia verso casa, ma arrivato a metà della pendenza di pietra che risale dal fiume si ferma e pur senza scorgere nulla volge lo sguardo oltre al ponte Vittorio Emanuele I, in direzione di una delle due statue poste davanti alla chiesa della Gran Madre.
– Signora al di là dal ponte, ho nuovamente sbagliato il rito, scusami. Potresti rimediare per favore?, gracchia e prende fiato ogni due parole.
La sua voce echeggia nella notte. Inclina la testa e tende l’orecchio, in attesa di una risposta. Teme di non essere stato ascoltato e chiude gli occhi mestamente. Pochi istanti dopo però, con l’effetto di un flash di fotografia, in tutta Torino torna l’elettricità. Lui annuisce. Gli appartamenti si illuminano, mentre una folata di vento caldo e gentile pettina alberi e cielo, portando via le nubi. La luna, quasi piena, ora si riflette mille volte sulle increspature del fiume che guizza. Un coro di sollievo si leva da ogni abitazione, da ogni bar, da ogni dove. La paura è vinta, anche per stavolta. Con l’illuminazione Lui può ammirare la statua.
– Ti sono riconoscente!, strilla.
È commosso, con gli occhi traboccanti di lacrime e la linea delle labbra tremolante come la fiammella di una candela morente. Lei, la donna statua, sembra osservare un punto indefinito dell’orizzonte, nella mano destra tiene un libro, con la sinistra solleva un calice. Lui riprende la sua lenta avanzata e sparisce per le vie nere e dorate che lo condurranno fino nel cuore di San Salvario. Gli elettricisti, su alla centrale, poco dopo il ritorno della luce hanno ricevuto la chiamata di ringraziamento dal sindaco in persona. Hanno accolto i complimenti, pur non avendo la minima idea di cosa fosse accaduto.
Lui sa di essere malridotto, solo che non se ne fa un cruccio e gli piace comunque vestirsi bene. È nostalgico, pieno di memorie. Sa che il suo tempo sta finendo e si domanda cosa possa fare, ancora, per migliorare il futuro. È taciturno, il mondo ormai lo annichilisce e non sa più che dire. Eppure è pieno di vita e quando si guarda allo specchio ogni tanto sgrana gli occhi, si impettisce e sbotta:
– E allora? A me sta benissimo così, e voialtri fatevi 100 anni di cazzi vostri.
Di mestiere fa il mago, specializzato in giochi di prestigio per guadagnare il pane, in Magia Bianca e Nera per virtù. Torino è sempre stata magica e Lui un tempo ne era il Re, anche se ormai nessuno se lo ricorda. Alle pastiglie predilige il nebbiolo, all’aerosol la pipa, ai consigli del geriatra la medicina sciamanica. Vive nel retrobottega della sua libreria esoterica, che è anche un antico laboratorio alchemico, insieme a Nino, il suo fidato merlo indiano. Entrambi attraversano il lutto più importante delle loro vite. Baba non si fa più vedere, né in sogno, né sotto mentite spoglie, quelle dello spettro. Lui si arrovella nella ricerca compulsiva di un varco sull’aldilà. Lei sapeva di morire, si sono salutati mescolando lacrime e respiri. Lui però vive una mancanza insostenibile e forse, chissà, vorrebbe riabbracciarla per non lasciarla più, seguendola oltre il varco. Quella notte ha evocato lo spirito di Baba, ma un enorme fiotto di energie oscure, che le persone in genere chiamano buio, ha oltrepassato il passaggio da Lui creato, inondando Torino. Il varco era evidentemente difettoso e Lui inizia a credere che la sua magia si stia affievolendo.
Nino ogni mattina pronuncia una parola, Lui la trascrive su un quaderno. Gioca con i vocaboli di Nino, cercando in loro un codice sibillino per carpire lumi su cosa fare ora della propria esistenza.

Lui
