Hong Kong, press start

Lo chef Anthony Bourdain diceva della megalopoli: ‘È uno di quei posti dove non hai bisogno di sapere dove stai andando’. Così mi ci sono perso…

Di Roberto Scarcella

Anni fa scelsi l’America Latina per cambiare muta. Non stavo più nella mia vecchia pelle, eppure non riuscivo a liberarmene. È lì che ho sentito il sollievo di una corazza ormai troppo stretta che andava allentandosi fino a cedere. Lo fanno i paguri, che, una volta cresciuti, escono dalla conchiglia che li opprime – la stessa che prima li proteggeva – e vanno a cercarsi una casa più comoda. L’ho fatto anch’io. Mi sono spinto sempre più in là: in Amazzonia, alle Galápagos e in altri luoghi magnifici dove mi sconsigliavano di andare. Nata come sfida, l’America Latina è diventata la mia rassicurante coperta di Linus a tal punto da farmi venire voglia di ribaltare tavolo e mappamondo ed esplorare il suo opposto geografico e filosofico. Così ho preso e sono andato a vederla, l’Asia. Ve la racconto qui.

Secondo lo chef giramondo Anthony Bourdain, per godersi Hong Kong – e il suo cibo – non è il caso di affidarsi a guide organizzate, bus turistici o itinerari precompilati. “È uno di quei posti dove non hai bisogno di sapere dove stai andando”, diceva. E aggiungeva una frase che – per chi ha frequentato le sale giochi – non ha bisogno di traduzione: “You just press start”.

L’istinto come guida

Hong Kong è davvero come uno di quegli ingombranti e luccicanti videogame in cui infilavi un gettone e – a seconda dell’abilità e della fortuna – potevi durare pochi secondi o andare avanti in eterno. Io ho schiacciato “start”. Niente guide cartacee né umane, ma un itinerario da comporre passo dopo passo, inseguendo luci, colori, odori, istinto. Sbagliando, tornando indietro, ricominciando da capo. Mi sarò senz’altro perso qualcosa. D’altronde parliamo di una megalopoli in cui non basterebbe un mese per girare come si deve un palazzo. Figuriamoci il resto.


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La fiera delle contraddizioni

Così sono uscito dal mio hotel di Kowloon, la parte di Hong Kong ancorata alla terraferma, e mi sono buttato dentro Mong Kok, un quartiere che è anche un mercato infinito che prende vari nomi, dal Ladies’ Market (nome fuori tempo massimo che confina le donne al ruolo di casalinghe), che vende oggetti per la casa, paccottiglia e vestiti di dubbia fattura e provenienza, al Goldfish Market, dove strabordano acquari di pesci rossi e tropicali, in cui è vietato fare foto, forse per non mostrare al mondo che – come i padroni di certi cani e i cani di certi padroni – i proprietari che siedono pigramente all’ingresso dei negozi hanno spesso le stesse sembianze di ciò che vendono. Tra questi uno che gonfiava le guance come branchie e sembrava respirare così. Un altro con la fronte particolarmente sporgente accanto a un pesce a chiazze bianche e rosse che – colori a parte – sembrava il suo gemello acquatico. Vendono anche cani, gatti e più o meno qualsiasi animale commerciabile – si spera – con le loro leggi. Compresi quelli a cui non saprei dare un nome.


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Tutt’intorno è la fiera della contraddizione. D’altronde Hong Kong è “città di paradossi, dove caos e ordine, tradizione e progresso, coesistono in una delicata danza”. Lo scriveva Timothy Mo nel 1982, quando questa ricca propaggine di Cina, la cui libertà è sempre più limitata, era ancora una colonia britannica.

Girare senza guide ha i suoi limiti: basta accettarli, accoglierli. A volte ti conducono in un cul-de-sac in cui ci sei solo tu e da cui per uscire devi rassegnarti a chiedere aiuto a Google Maps, altre – senza nemmeno volerlo – finisci dove finiscono tutti. Mi è successo a Kennedy Town, l’estremità nord-occidentale dell’isola. Incuriosito dai tanti campi da basket rialzati rispetto alla strada – sovrastati da enormi grattacieli che sembrano poterli schiacciare come formiche sotto suole di scarpe –, ne ho raggiunto uno.


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Incorniciare il cielo

Lassù pensavo di trovare dei ragazzini contendersi la palla sotto i canestri. E invece l’area di gioco era vuota, così come due lati del campo. Sugli altri due c’era una lunga fila di gente armata di telefonini e macchine fotografiche più o meno professionali. Fila che s’ingrossava nella porzione in cui in fondo a una strada si intravedeva un tratto di mare. Mi sono appostato qualche passo indietro, a osservare la folla che faceva sempre e solo la stessa foto a questa via piena di auto, bus e camioncini, l’insegna di una pizzeria e sullo sfondo un ponte, delle gru e – se scattavi al momento giusto – una nave di passaggio. Uno scorcio di una città sul mare, niente più. A quel punto ho avuto un déjà-vu e sono andato a controllare su Instagram: quella foto è diventata virale qualche tempo fa, senza un vero motivo. Migliaia e migliaia di scatti con lo stesso soggetto: più o meno riusciti, sgranati, amatoriali. Così vanno tutti lì, compreso me, che nemmeno ci volevo andare.


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Quando una quindicina d’anni fa l’Islanda smise di essere un luogo remoto e respingente per diventare quasi di colpo “il” posto cool dove andare e poi mostrare sui social i segni del proprio passaggio, il romanziere Hallgrímur Helgason scrisse: “Sono state fatte così tante foto dell’Islanda che ormai il 10% dell’anima del Paese si trova su Dropbox”. Sostituite Dropbox con Instagram, l’Islanda con Hong Kong e triplicate – almeno – la percentuale. Voilà.

E così mi sono sentito in colpa, poi, ad andare nell’unico posto che avevo deciso di visitare (e fotografare): il Monster Building, un agglomerato di palazzi diventato famoso dopo essere apparso in alcuni film e video musicali. Cinque edifici di 18 piani, uno abbracciato all’altro – claustrofobici e ipnotici insieme –, che lasciano uno spiraglio quasi perfettamente rettangolare al centro, facendo da cornice al cielo.

A bassa risoluzione

Ho girovagato lì per un po’. Quando sono arrivati gli influencer (prima o poi arrivano sempre) e i gruppi di turisti in posa, ho deciso di averne abbastanza e di tornare a perdermi, finendo a mangiare benissimo in un ristorante a caso che oggi non saprei ritrovare. E nemmeno vorrei.


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Il resto è un mondo a bassa risoluzione che incontra i videogiochi distopici. Mario Bros dentro la fantascienza cyberpunk (“high tech, low life”): con giochi notturni di luci e grattacieli scintillanti che nascondono miseria e spazi grandi come loculi, dove altrove riposano i morti e qui i vivi, in gabbia come animali al mercato; infinite scale mobili all’aperto per aiutare i pedoni a risalire una città verticale; statue e murales di Bruce Lee, cittadino illustre; cantanti che si esibiscono per strada circondate da uomini che sventolano banconote in cambio di un duetto di pochi secondi, un passo di ballo, un bacio casto. Uno di loro ha i capelli tinti alla Aldo Biscardi e una maglia con su scritto “Regno d’Italia”.


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A dimostrazione che a Hong Kong si trova davvero di tutto, compreso un traghetto fuori dal tempo che fa la spola tra l’isola e la terraferma, il cui biglietto – dal costo di pochi centesimi – non è proprio un biglietto, ma un dischetto colorato, come i gettoni delle sale giochi.


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