Breve inventario d’autori
Una manciata di tipologie di scrittore buttata sul foglio di getto, o quasi…
Di Marco Stracquadaini
Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.
Sono storie che si compongono in pochi minuti, mentalmente. Ma se non arriva il primo click, che non dipende da te, non si compongono in ore o in mesi, nemmeno una, anche lunga tre righe. Dopo la prima, ne sono venute molte altre. Poi altre, ogni giorno per un mese, un mese e mezzo. Tre o quattro al giorno. Segnato il ‘nome’ dello scrittore durante quel giorno o il seguente ci andavo ragionando. Scrivevo a mente e poi sul computer, cambiando poco.
Lo scrittore lettore di se stesso
Il lettore di se stesso non era un narcisista. Poteva trarre dalla lettura di sé il massimo frutto. A volte si distraeva, si volgeva ad altri scrittori o scrittrici. In altri periodi di maggior capacità di concentrazione leggeva esclusivamente i propri libri. Poteva confessarlo? Ma doveva?
Aveva compreso il punto essenziale della questione. Dalla conoscenza di nulla traiamo maggior vantaggio come da quella di sé. Quanti filosofi l’hanno detto e scritto, fin dall’antichità! Ma lui adesso l’aveva proprio capito di persona. Questa conoscenza di sé, si accorse che aveva un campo doppio per esercitarla. Del fare e del dire di ogni giorno, come avviene per ognuno di noi, non scrittori, ma non è facile per niente. E poi di tutto il campo dello scritto. Non era poco. Lo scrittore che leggeva se stesso aveva praticato molti generi anche se brevemente. Versi e racconti, da giovane. E i racconti: lunghi, brevi e brevissimi. Saggi e articoli, e un romanzo che era anche teatro, a modo suo. Cosa mancava? Le sue pagine, a volte, gli si aprivano sopra la scrivania piene di promesse. Allora riusciva a guardare a sé come a un altro. Per leggere con fiducia e vero vantaggio, questo aveva imparato, occorre un qualche appiglio e un moto iniziale di simpatia – che bilanci, almeno, la diffidenza –, e questo con i propri libri gli accadeva sempre.
Lo scrittore ludopatico
Lo scrittore ludopatico prendeva spunto, per i suoi libri, dalle proprie dipendenze. È risaputo che chi ha un vizio di solito ne ha vari altri. La ludopatia esisteva già da molto prima che ne inventassero il nome, e nelle sale da biliardo di una volta, con una sigaretta tra le labbra, il bicchiere di cognac sul tavolino, i ludopatici avvolti dal fumo eseguivano giri di calcio a tre sponde spesso impeccabili. Ma perché ludopatici e non semplicemente viziosi? Perché si giocavano, quelli veri, un tanto al punto e i punti potevano essere 100, 180, 300. E poi perché tra una partita e l’altra o aspettando che si liberasse un tavolo, ingannavano il tempo con una delle primitive già efficacissime macchinette.
C’è da dire che i ludopatici antichi erano divertenti, tranne qualche gelido, impassibile, che non mancava mai e che un po’ ci era e un po’ ci faceva. Divertente anche lui, alla fine. Il nostro scrittore ludopatico non aveva altro sfogo, alle prime luci dell’alba, che mettere sulla carta i suoi tormenti e rimorsi, le sue esperienze di vittima dei giochi, tristezze e nostalgie di vivere in un tempo in cui nessuno gioca più a biliardo. Se si considera che anche la sua attività lud(opat)ica era uno sfogo, lo scrittore ludopatico si sfogava sempre. E non occorre dire che fine facevano i bonifici che quattro volte l’anno gli inviavano gli editori.
Un bel giorno appena iniziato, albeggiava mentre tornava a casa, gli venne l’idea di darsi al saggismo di autoaiuto. Sul tema delle dipendenze, partendo dalla parte destruens e restandoci, per onestà intellettuale. Per la parte construens, c’erano una quantità di altri libri facilissimi da trovare. Come dire: «Ecco cos’è la dipendenza dal gioco fino al minimo dettaglio. Vedete voi come liberarvene, volendo, e buona fortuna».
Quando lo scrittore ludopatico scriveva di cose passate – biliardo, carte, morra – la nostalgia gli riscaldava lo stile. Non poteva risolversi a reputarsi un povero maniaco contemporaneo, bruciato dai ricordi, lui che aveva vissuto in pieno la grande epoca della ludopatia antica.
Lo scrittore italiano bloccato
C’era uno scrittore italiano bloccato, come si dice. Finché un giorno iniziò a riflettere su questa espressione: scrittore italiano. «Se fossi bloccato perché mi considero uno scrittore italiano?». Non leggeva italiani viventi, per pura invidia. E quando leggeva tedeschi morti o vivi, danesi, guatemaltechi esiliati in Messico, gli pareva che parlassero la sua stessa lingua. Non semplicemente perché fossero tradotti. Tutto gli pareva più vicino e comprensibile.
Come riuscì lo scrittore italiano bloccato a superare il suo trascurabile, duraturo blocco? «Italiano ci sarò sempre anche se non me ne accorgo. Anzi, proprio perché non me ne accorgo». E diventò molti scrittori, successivamente, di varie nazionalità e lingue. Quando leggeva solo spagnoli, si credeva spagnolo. E diceva: «Noi scrittori spagnoli solo ultimamente ci stiamo aprendo all’ironia. Non come i polacchi che…». Parlava e pensava spesso un poco a intuito, come in questo caso. Ma quando diventò scrittore polacco, anzi poeta, verificò la verità della sua impressione.

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