As poi cantà ra Befana?
Alla vigilia dell’Epifania, gruppetti di bambini travestiti da Re Magi con corone di cartone, stella cometa e presepio, andavano di casa in casa a cantare
Di Clara Storti
Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.
Alla vigilia dell’Epifania, gruppetti di tre bambini, travestiti da Re Magi con lunghe mantelle e corone di cartone, portavano appresso una stella cometa, un presepio e un turibolo (con brace e, a volte, incenso), andando di porta in porta a cantare la Befana, raggranellando qualche spiccio. Teatro di questi canti di questua (tuttora attivi in alcune parti della Svizzera) è la Valle Capriasca. Testimonia questa usanza il maestro in pensione Carlo Anselmini.
«Una volta nevicava di più», mi dice a un certo punto l’Anselmini mentre mi racconta di quando, da bambino, andava di casa in casa a cantare la Befana, la sera prima del 6 gennaio. Fuori fa un freddo becco e c’è aria di neve (che stenta però ad arrivare); senza dubbio ha ragione, le cose son per forza cambiate in più di settant’anni: il clima, la geografia, le famiglie, la lingua, la ferrovia da Lugano a Tesserete (che non c’è più dal ’67), le tradizioni e le usanze… Tutto cambia, in continuazione. Non i Denti della Vecchia che, come guglie gotiche, osservano Lugaggia da nordovest. Immutati, anche se la frana sul collo della montagna minaccia la loro architettura.

© clara storti
I Denti della Vecchia
Nello studiolo dove ci accomodiamo, a guardarsi in giro si fa il giro del mondo fra maschere e oggetti di ogni dove: è stato un viaggiatore l’Anselmini: dall’Africa al Sudamerica, passando per Vietnam, Cambogia… ma è sempre tornato a Lugaggia, in Capriasca, dove è nato e cresciuto e invecchiato, abbarbicato alla sua terra. Di nome di battesimo fa Carlo e ha 81 anni – classe 1944 –; prima di andare in pensione, nel 2005, di mestiere era insegnante di italiano e francese alle Medie di Tesserete (prima ancora alle Elementari di Comano e alle Medie di Canobbio), formandosi alla Magistrale di Locarno.

© clara storti
Carlo Anselmini (classe 1944)
Noi siamo i tre Re
Il docente con la memoria va alla seconda elementare, la sua, quando era bambino e «un compagno di classe mi chiese se volevo andare a cantare la Befana. Avevano litigato all’interno del gruppo e mancava il terzo Re», mi racconta. Da allora alla seconda maggiore (attorno ai 14 anni circa), ogni vigilia dell’Epifania, come suo padre prima di lui, il giovane Anselmini insieme a due amici andava a bussare alle porte chiedendo se si potesse cantare, «io sono sempre stato timido e completamente stonato, mi vergognavo e la voce non mi usciva. Intonavamo Noi siamo i tre Re, venuti dall’Oriente per adorar Gesù…, ma non era l’unica canzone a essere eseguita in quell’occasione», dice l’Anselmini che sotto il naso ha, come note con cui sostenere la memoria, il numero 6 di Mosaico (1991), il periodico della SMe di Tesserete.

Il periodico della SMe di Tesserete, ‘Mosaico’ numero 6, 1991
Per le case dei comuni della Val Capriasca, si andava in gruppi di tre come i Re Magi e, per somigliare il più possibile a Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, bambini e ragazzini si travestivano il meglio che potevano con camicie, mantelle nere lunghe fino ai piedi, turbanti, collane e così via. «Con un turacciolo bruciacchiato ci si colorava la faccia e le mani di nero, era un requisito irrinunciabile [oggi, la pratica del cosiddetto blackfacing non è più una consuetudine diffusa, poiché considerata irrispettosa; ndr], insieme al corredo che consisteva in corone di cartone rivestite, turibolo in latta con brace e incenso (che era molto caro e lo chiedevamo al prete), stella cometa su un bastone e presepe portatile, possibilmente fatto a mano»; c’era anche la cassetta delle offerte, in alcuni casi integrata alla rappresentazione della santa Natività.
Ai tempi dell’Anselmini (non erano ancora gli anni Sessanta) era una faccenda da maschi, ma poi, cambiando la mentalità ed essendoci sempre meno bambini, questi canti di questua sono stati aperti anche alle femmine, come testimonia il mio interlocutore facendomi vedere una fotografia su Mosaico che ritrae le sue figlie travestite da Re.
Una volta pronti, i gruppetti aspettavano il buio e poi, con candele e pile (chi le aveva), si mettevano in marcia, camminando di nucleo in nucleo, di casa in casa: «Non si ripercorreva tutta la valle, perché il giro era molto lungo e anche pericoloso, soprattutto con la neve». Bussavano alle porte, si affacciavano in casa e chiedevano as poi cantà ra Befana?; «noi sapevamo quali case evitare e dove andare a bussare, perché sapevamo chi ci teneva e quali erano le famiglie più generose». Dopo la passeggiata per i nuclei, «si arrivava nei ristoranti di Tesserete, dove la sera era pieno di gente che giocava a carte. Lì ci si dava da fare: era una vera e propria competizione con gli altri e quindi ci si impegnava molto, perché poi le persone stabilivano chi era il gruppo migliore», ricevendo così delle mance un po’ più cospicue. «C’era grande rivalità», tanto che alcune cricche finivano per azzuffarsi.

Finito il giro si tornava al punto di partenza e ci si divideva il bottino raggranellato: «Allora non superavamo quasi mai i dieci franchi a testa, ma eravamo contenti perché era l’unica occasione per guadagnare qualcosa». A fine serata, facevano ritorno a casa stanchi, ma felici e con le tasche un po’ più piene, cenavano e mangiavano le castagne arrostite al fuoco.
Prima di allora, il bottino era più scarso (almeno ai nostri occhi): “Avanti, andavom dénta e cantavom sti tri rè. E nzóma stavom pö n gir dar dopmesdí ai quatro fin ai növ o i dés ara sira. E ciapavom tri franch, tri franch e mèzz per ün. Gh’éva de qui famigli che metéva dénta cinch ghéi, magari anca n ghèll. Se i t dava vint ghéi te podévet saltá dra contentézza sóta r plafón” (testimonianza tratta da: Capriasca, Val Colla e sponda sinistra del Cassarate, p. 250, a c. di Nicola Arigoni e Mario Vicari, Documenti orali della Svizzera italiana, 2016).
Oggi, un po’ più istituzionale
I Canti della Befana – chiamati anche Canti dei Re Magi o della Stella – sono parte del repertorio delle tradizioni viventi svizzere e, oltre alla Valle Capriasca, si praticano ancora nel Canton Grigioni, in particolare in Mesolcina, Val Sursette, Valle dell’Albula, Distretto Imboden, Obervaz e Surselva; come elenca il sito www.lebendige-traditionen.ch.
Ciascuna località ha la propria tradizione, a cominciare dal repertorio dei canti – dai testi religiosi antichi, risalenti perfino al XVII secolo, a quelli più moderni – fino al numero di partecipanti per gruppi, organizzati oggi perlopiù da parrocchie o associazioni locali, mentre una volta erano bambini e ragazzini a prepararsi in autonomia. Decenni e decenni fa, a “impersonare i Re Magi erano scolari, maestri e soldati congedati che vivevano in povertà e che cantavano in città e paesi. Essi raccoglievano prodotti in natura e denaro per sé e per le loro famiglie” (dal sito sopraccitato).

