Le facce di Medusa

La Gorgone dal capo anguicrinito bella e terribile, fra arte e letteratura: alcune note

Di Marco Stracquadaini

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.

Fra arte e letteratura, alcune note sulla bella e terribile Gorgone. Narrazioni e figurazioni che hanno alimentato il mito della donna con il capo anguicrinito che pietrifica a sol guardarla.

Il mito scritto

Robert Graves dice nell’introduzione del suo fondamentale (per chi ha interesse) I miti greci, che ne ha raccolto le diverse versioni in “un racconto armonioso”, ma non è possibile e l’aggettivo gli sarà scappato. Non c’è un singolo personaggio del mito, che sia divinità o semidivinità, o presenza solo umana o eroica, del quale, radunando tutto ciò che si sognò o pensò e scrisse in proposito non venga fuori un coacervo mal gestibile. Si può passare dal sublime al ridicolo – che avvertivano gli stessi antichi – nello spazio di poche righe. Come fare allora per non disperare? Attaccarsi ai migliori, come sempre conviene. Penetreremo nella comprensione del personaggio Medusa a contatto con chi l’ha rappresentata con maggiore intensità, con la coerenza-incoerente dell’arte, e sia pure fuggevolmente. Cioè, a sua volta, con chi è andato più in profondità nel misurarsi con la sua figura. Chi l’ha capita meglio e quasi proprio nel senso di “Ti capisco…”, dato che anche lei rientra nel nutrito numero delle sventurate. Questo può succedere, ripeto, con due o tre versi di Omero. Con un breve cenno più che con un resoconto dettagliato. E non bisogna dimenticare le altre opere d’arte. Le opere delle altre arti.

La scultura

Il Perseo di Benvenuto Cellini può far sparire tutti i Persei letterari e poetici dell’antichità? Come anche la Medusa sullo scudo dipinto da Caravaggio. Come l’Apollo e Dafne di Bernini fa sparire quelli di Ovidio. Il Perseo di Canova guarda la testa della Medusa che solleva trionfante. Povera Medusa dall’espressione afflitta. Quella di Cellini invece è serena e somigliante al suo assassino. Il quale assassino, Perseo, arrivati sotto un certo grado nel girargli intorno ai piedi della Loggia dei Lanzi, guarda voi. E questo fa molta impressione. Se ci spostiamo un metro più in là, assume di nuovo la sua espressione assorta, meditativa. A quale versione del mito hanno pensato i due scultori? E a quale, Caravaggio per il suo scudo? A nessuna probabilmente. Alle versioni pensano i meticolosi mitografi, i cronachisti. Gli artisti autentici procedono per fulminazioni. Caravaggio ha immaginato forse, per l’espressione inorridita, l’istante terribile della testa mozzata. Canova ne raffigura la tristezza a cose fatte. Anche Bernini la rappresenta afflitta. E il manierista Cellini risulta il più classico.


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Caravaggio, Scudo con testa di Medusa (1598, Firenze)

In tutte le versioni si dice che fosse bellissima prima di esser trasformata in mostro. E al mostro giovò, in fondo, che gli venisse mozzata la testa. Altri dicono che era bella e orribile insieme, o bella e terribile. In effetti un volto stupendo attrae irresistibilmente e se ha serpenti invece che capelli inorridisce. Nelle primissime raffigurazioni è brutta anche nel volto, poi col volgere dei secoli, specialmente nelle arti figurative e plastiche, pochi seppero rinunciare alla bellezza. Per pietà, forse.

La sventura di essere bella

Per questo celebre personaggio del mito tutto è “a cose fatte”. Nulla sappiamo della vita di prima o quasi nulla. Forse semplicemente invidiata da Atena per la bellezza, forse considerata colpevole di oltraggio, commesso in realtà da altri, vale a dire da Altri, uno dei troppo umani dèi dell’Olimpo. Medusa è esistita fin dal principio con la sola testa, brandita come un’arma, vivente più di quando era in vita visto che è in grado di uccidere. Medusa era, prima, una fanciulla che aveva il torto, è giusto ripeterlo – come altre compagne del mito tutte punite da una dea -, d’essere bella.


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Canova, Perseo trionfante (1797-1801, Città del Vaticano)

Il castigo divino

Poseidone la possiede in un tempio di Atena, questa è la versione che ha avuto più fortuna. Atena la punisce rendendola orribile, e oltre i capelli-serpenti, per cui è famosa, avrà denti che spuntano lunghissimi e lingua ugualmente lunga. Diventa un mostro e per di più volante. Ha due sorelle, Steno e Euriale, delle quali non importa a nessuno e così non ne sappiamo altro che i nomi e che, a differenza della disgraziata sorella, sono immortali.

Solo di lei ci importa, di Medusa che uccide col solo sguardo. Medusa vittima degli dèi – involontaria artefice di tanti omicidi -, ma chi non lo era? Lei lo fu di Poseidone prima e di Atena poi. È vero che queste vittime avevano un difensore in altri dèi o dee. Non lei da quel che sembra. Come può accadere tra gli esseri umani, sei punito perché qualcuno ha commesso un male su di te. Diventi sempre più sventurato per il fatto di esserlo già. E povero chi non ha alcuna protezione. Decapitata infine da Perseo con un falcetto procuratogli da Ermete, guardandola indirettamente nello scudo lucidissimo dono di Atena (quanto agli altri strumenti indispensabili, i sandali alati, la sacca in cui riporre la testa e l’elmo di Ade “che rende invisibili”, li aveva carpiti alle Ninfe Stige), viene scorticata da Atena che con la sua pelle rivestirà lo scudo.

Persino Dante all’inferno

Di versione in versione di ogni singolo racconto del mito i particolari si moltiplicano, alcuni suggestivi, altri privi per noi di qualsiasi attrazione estetica o etica, dato che, specialmente quello in cui impazzano le divinità, questo restano per noi tali racconti: portatori di immagini felicemente poetiche. Con questa importante correzione: diversamente le cose vanno per gli eroi, per Achille e per Ulisse, per Medea e per Ifigenia, per Andromaca, Ettore, Enea e tanti altri che sentiamo ancora vicini. La forza di un mito appare a vista d’occhio o non appare.

Le analisi aiutano a fare un po’ di luce, ma allontanano e indeboliscono le vicende, sfumano i personaggi. Medusa appare la comprimaria delle storie che riguardano Perseo. Ma dove Perseo non c’è, e lei è già solo una testa, appare come una mera e arbitraria omicida. E terrorizza anche in effigie fino alla paralisi. “Venga Medusa, e sì ’l farem di smalto”, invocano le Furie per punire l’arroganza di Dante che si avventura nell’oltretomba. Ma Dante è messo in guardia da Virgilio, che lo esorta a voltarsi e coprirsi gli occhi con le mani. Poi, per maggior sicurezza e premurosamente, aggiunge le proprie mani alle sue. Medusa però non viene. Medusa che ovviamente era là all’inferno, come sa bene Ulisse. Dove sennò.


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Inferno, Canto IX: illustrazione di Gustave Doré, con le Erinni

La controversione

Sui miti si iniziò presto – un “presto” sempre nell’ordine dei secoli – anche a scherzare. Non tanto i mitografi, serissimi compilatori, ma gli stessi tragediografi solitamente dieci volte più seri, ma a ragion veduta. In fondo a una loro trilogia, rappresentata lungo un’intera giornata, ecco un dramma satiresco in cui vicende somiglianti si volgevano al comico. E questo accadde fin dal primo in ordine di tempo dei tre grandi che conosciamo: Eschilo.

Ma per sorridere davvero – che è più che ridere forse – su Perseo e Medusa, su Andromeda e il mostro da cui Perseo doveva liberarla, dovremo aspettare Jules Laforgue. Nella sua riscrittura, Andromeda e il mostro si vogliono bene, l’uno medicando la solitudine e la noia mortale dell’altra nell’isola disabitata. Lei lo chiama “monstre!” , lui risponde “bébé?”. Arriva Perseo sul cavallo volante e con eroica tracotanza, dà uno scarto in cielo come per parcheggiare la Porsche. Rassicura Andromeda, le dice che sarà questione di un attimo – e di non guardare! – e slaccia dalla cinta la micidiale testa. Ma Medusa riconosce il mostro. Furono insieme guardiani del giardino delle Esperidi – è legge naturale nel racconto mitologico la libera invenzione, e Laforgue ne approfitta più e meglio di tutti – e per non fargli del male chiude gli occhi. Così la scena è questa: il mostro resta dov’è ad aspettare, perplesso e illeso. Andromeda guarda ora l’uno ora l’altro, comprendendo a metà e già divertita. Perseo sbalordito gira la testa verso di sé per vedere cosa stia succedendo.

Il legame con la realtà

Secondo Robert Graves i miti sono trasposizioni di grandi mutamenti storici e antropologici, secondo i “seguaci di Jung”: “rivelazioni originali della psiche precosciente, involontarie affermazioni di ciò che avviene nell’inconscio”. La prima tesi non è meno suggestiva della seconda. Ci suggerisce che Ettore e Achille, Cassandra e Antigone furono davvero qualcuno o la sua immagine, benché vaga, l’ombra. Negli dèi invece nessuna verisimiglianza e quasi fastidio. Caricature degli esseri umani, le loro figure si reggono sul principio dell’esagerazione e dello sproposito. Privi di vita gli dèi anche nel più grande dei poeti – e nell’etere dell’Olimpo omerico aleggia molta ironia -, sempre vivi gli eroi, palpitanti e sventati, vulnerabili. Prevedibili e inerti gli immortali e vivi e vicini soltanto i mortali.

La poesia

Mentre indago sulla povera Medusa leggo casualmente questi versi, della poetessa catalana Angelina Gatell. Si tratta di una strofa intera dalla poesia La veu perduda (La voce perduta). Arrivato ai “capelli” del terzultimo verso, penso al nostro personaggio e rileggo da capo. Anche il resto fa pensare a lei. Leggendo la rivedo nel Perseo di Cellini.

Dalle sue labbra socchiuse
sembrano vagare parole senza suono
lievi indizi di una voce perduta
che non sentiremo mai.
Dovremo immaginarla,
e immaginare le brezze
che le scompigliarono i capelli
tristissimi, fermi.

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