Disavventure Latine: Brasile. Paraty: acqua, fango & cachaça

È il paradiso e l’inferno del viaggiatore, che si vede offrire spiagge da sogno, natura incontaminata e angoli di incanto urbano… a un doppio costo

Di Roberto Scarcella

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione

Ho sempre tifato contro il Brasile del “joga bonito”, che i miei amici adoravano, che tutti adorano, preferendo la classe più spigolosa di argentini e uruguaiani. Sentivo continuamente storie di turisti rapinati e malmenati a Rio. E c’era un chiassoso amico di famiglia con delle compilation insensate in cui musica cialtronesca come la Lambada si mischiava ai capolavori della bossanova, confondendomi e facendomi odiare tutto, senza distinzioni. Il portoghese dei brasiliani, poi, è quasi incomprensibile per via dei loro birignao. Insomma, io il Brasile ce l’avevo qui. Poi, per caso, dentro una libreria, ho ascoltato “Para Machucar meu coração” di João Gilberto. Me ne sono innamorato. Sono partito da lì e ho capito che dovevo vederlo con i miei occhi, il Brasile. Ci sono andato. Avevo torto. Ve lo racconto qui.

Nel 1986, durante il Carnevale, un gruppo di ragazzi iniziò a cospargersi completamente di fango mentre si trovava tra le mangrovie di una spiaggia chiamata Jabaquara. Inebriati dallo spirito della festa e – soprattutto – da quello della cachaça, decisero di andare a farsi un giro nel centro di Paraty senza ripulirsi nemmeno un centimetro di pelle. La cosa, stranamente, piacque. L’anno dopo il gruppo degli infangati volontari aumentò. Quello dopo ancora trovarono perfino dei finanziatori e un nome (Bloco de Lama) a questa festa dall’aspetto apparentemente ancestrale che pare rimandare a tradizioni che non ci sono.


© Keystone

Il primo marzo scorso, Paraty (la seconda località più visitata di tutto lo Stato di Rio de Janeiro, dopo Rio) ha ospitato il suo quarantesimo Carnevale di fango, ormai esploso, con gente arrivata da tutto il mondo per impiastricciarsi, bere, celebrare il contatto dell’uomo con la natura e – insieme – il suo contrario, quello con la folla.


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Bloco de Lama

Il Bloco de Lama, pur essendo nato da una goliardata, senza voler significare nulla spiega invece benissimo cos’è stata e soprattutto cos’è diventata Paraty, una città il cui centro coloniale vecchio 250 anni – perfettamente preservato nel Novecento da uno dei migliori custodi degli artifici umani, l’oblio – è uno di quei gioielli che fa brillare gli occhi ad appassionati di storia, semplici cercatori di bellezza senza la guida perennemente sotto mano e anche a chi vede la propria vita riflessa solo nei propri scatti messi in vetrina su Instagram, senza mai farsi una domanda sul dove, il come, il perché. Paraty è il paradiso e l’inferno del viaggiatore, che si vede offrire spiagge da sogno, natura incontaminata e angoli di incanto urbano (ogni casa, bianchissima, ha finestre e porte colorate e dai motivi unici) a un doppio costo: in denaro (ovviamente e a prezzi gonfiati rispetto a buona parte del Paese) e in gomitate altrui. Perché è quasi impossibile, soprattutto in certi orari, sfuggire alla folla, a venditori e cercatori di souvenir dozzinali, buttadentro di ristoranti di dubbia qualità e procacciatori d’affari imperdibili che sono fregature.


© Roberto Scarcella

Dimenticata e riscoperta negli anni Cinquanta dai ricchi di Rio e di San Paolo che volevano un posto tranquillo dove comprare a poco una seconda casa sul mare, Paraty è stata un porto in cui, nei secoli, approdarono gli schiavi (ritenuti senz’anima da mercanti e religiosi e quindi non meritevoli di compassione, un modo rapido e indolore di lavarsi la coscienza senza fatica), si commerciava oro che arrivava dopo tre mesi di viaggio lungo l’entroterra, caffè e la leggendaria cachaça, l’acquavite simbolo del Brasile, ottenuta dalla distillazione del succo della canna da zucchero. Paraty ne è una delle capitali, sebbene negli anni sia passata da 250 distillerie a sei. Da qualche tempo ormai c’è anche un cocktail cittadino, il Jorge Amado, una caipirinha rivisitata che prende il nome dello scrittore più celebrato del Paese, che si fa con la Gabriela, una cachaça aromatizzata alla cannella e chiodi di garofano (e che prende il nome dalla protagonista di uno dei suoi libri più famosi, Gabriella, garofano e cannella). Come se non bastasse, c’è anche un festival dedicato alla cachaça, che si tiene ogni estate, dura tre giorni ed è come il Bloco de Lama, ma senza fango addosso.


© Roberto Scarcella

Acqua di spilli fitti

Arrivare a Paraty fuori stagione è invece una lotta continua con la pioggia, che cade copiosa e inonda le strade, costringendo abitanti e negozianti a mettere delle passerelle di legno per impedire che l’acqua arrivi alle caviglie. Non è casuale. Il centro di Paraty è stato costruito appositamente per allagarsi quando c’è l’alta marea: l’idea era nata per trasportare via acqua verso l’interno le merci pesanti e per ripulire nel contempo le strade, ancora oggi lastricate in pietra e inaccessibili ai mezzi, a parte gli immancabili carretti trainati da cavalli presi d’assalto da coppiette e famiglie. Basta girare un angolo, però, per ritrovarsi all’improvviso da soli davanti a una vecchia barca in disarmo o a una chiesetta frequentata solo da gente del posto, riappacificandosi con lo spirito originario del luogo.


© Roberto Scarcella

Impossibilitato dai continui acquazzoni a visitare le spiagge, mi dirigo verso la Fazenda Bananal, una fattoria del XVII secolo rimessa a nuovo e circondata da maestose piante tropicali. C’è un lungo percorso con passerelle rialzate che ti porta quasi sulle cime degli alberi con cartelli che avvisano della presenza di animali, anche pericolosi (serpenti, in primis). Perdo tempo, gironzolo. Quando rientro alla fazenda, affollatissima nei giorni di sole e nei weekend, scopro di essere rimasto l’unico ospite. Ci sono due bariste annoiate e un giardiniere riluttante, visto che la pioggia va e viene. Prendo un caffè e mi godo la fazenda tutta per me, lontano da souvenir, turisti e carrozze a cavalli. Bagnandomi un po’ riesco anche a fare un tour negli stabilimenti della Paratiana, una delle poche distillerie rimaste: è gratuito, nessuno ha fretta e gli assaggi sono quasi infiniti. Tutto il contrario di quel che accade pochi chilometri più in là, nel centro storico.


© Roberto Scarcella

Rientro in hotel ormai zuppo e quando accendo l’asciugacapelli mi esplode tra le mani, andando in mille pezzi. Non ho nemmeno il tempo di capire. Scendo alla reception con quel che resta e la signora al bancone mi risponde con un prezzo, come se l’avessi appena comprato nuovo al supermercato e l’avessi portato alla cassa. Le dico che mi sono spaventato, e che, chissà, avrei anche potuto morire. Senza alzare gli occhi dice che se fossi davvero morto non mi avrebbe fatto pagare. Cerco l’ironia sul suo volto, non la trovo. Quando le dico che non pagherò nemmeno da vivo, alza le spalle.

Dopo l’ennesima secchiata d’acqua senza il conforto di qualcosa con cui asciugarmi, decido che è arrivato il momento di andare a Rio de Janeiro, dove – dopo una settimana passata sotto le nuvole del Brasile – un amico che vive lì mi assicura che potrò finalmente rivedere il sole.


© Roberto Scarcella

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