Louis C.K., un acuto ‘bastardo’

Fino al 2017 era il comico più osannato al mondo, poi è arrivato #MeToo. Il suo ultimo spettacolo è ‘Sorry’

Di Daniele Manusia

L’ultimo libro di Roberto Bolaño, Il gaucho insopportabile, si chiude con un racconto-conferenza che, per quanto ci riguarda, potrebbe essere l’ultima cosa in assoluto che ha scritto Bolaño prima di morire. Si intitola I Miti di Cthulhu. Cthulhu, una divinità mostruosa con testa di calamaro da venerare in attesa
di un’apocalisse liberatoria (vedi in basso, ndr), in questo caso, anche se non è mai specificato, rappresenta la letteratura stessa. Il testo di Bolaño è quello che oggi definiremmo un “rant”, un lamento cioè, una provocazione nei confronti di quei letterati che “non rifiutano la rispettabilità, la cercano disperatamente”. Scrittori di cui individua varie tipologie: “Esistono l’opinionista di professione, il frequentatore di salotti, l’accademico, il cocco di partito, tanto di destra che di sinistra, esistono l’abile plagiario, l’arrampicatore accanito, il vigliacco machiavellico”. Bolaño parlava di letteratura sudamericana ma sembra parlare di noi, e non c’era ancora Instagram nel 2003.

Pedofilia e 9/11

Quello della rispettabilità nell’arte è un tema di grande attualità, a cui è impossibile non pensare mentre si guarda Sorry, l’ultimo spettacolo di Louis C.K. registrato la scorsa estate al Madison Square Garden e acquistabile sul suo sito. Uno spettacolo in cui, al di là dell’utilizzo ironico delle scuse nel titolo (e in un’installazione gigante alle sue spalle, composta da qualche centinaio di lampadine rosse), non fa mai riferimento alle molestie che, nel 2017, gli sono costate la reputazione e qualche milione di dollari in opportunità lavorative. Anzi, è un Louis C.K. apparentemente rigenerato quello che il pubblico accoglie con un’ovazione sulle note di ‘Like a Rolling Stone’ di Bob Dylan. Sorry è senza dubbio lo spettacolo più solido e divertente da quando C.K. è finito nell’occhio del ciclone, con un materiale tipicamente suo, provocatoriamente suo. È sempre il Louis C.K. di ‘of course… but maybe’ quello che propone di fabbricare sex-dolls per pedofili per evitare che se la prendano con i bambini in carne e ossa; quello che scherza su chi conta i morti per Covid usando il metro dei morti dell’Undici Settembre – “L’Olocausto è stato duemila Undici Settembre. L’Undici Settembre non è stato così male, ce n’è stato solo uno. Solo un Undici Settembre di persone sono morte l’Undici Settembre” – subito dopo aver paragonato l’ano a un obiettivo fotografico.

Politicamente (s)corretto

Forse inizia a essere un po’ ripetitivo – sono comunque passati parecchi anni da quando è diventato popolare a livello globale – ma è un
Louis C.K. in piena forma quello di Sorry, surreale ed estremo. Si sente che è passato abbastanza tempo dallo scandalo che ha bloccato l’uscita del suo film e gli ha alienato HBO e Showtime. Nel suo spettacolo del 2020, Sincerely Louis C.K., invece ne aveva parlato, dicendo che ormai tutti erano a conoscenza di quale fosse la sua fisima sessuale, la sua stranezza. Ognuno ne ha una, solo che lui è stato sputtanato. E sempre scherzando ha inquadrato la questione come: se chiedete a una donna il permesso di masturbarvi davanti a lei, e quella vi dice di sì, non fatelo lo stesso. Omettendo il fatto che molte delle donne che lo hanno accusato sostengono di non avergli dato nessun consenso, e che molte di esse erano sue colleghe con meno potere di lui, quindi sostanzialmente senza scelta, in un contesto che non aveva niente di erotico. In Sorry non si avvicina neanche alla questione, e forse è meglio così.

A questo punto la domanda diventa: ci dobbiamo sentire in colpa se Louis C.K. ci fa ridere? Perché in Sorry Louis C.K. fa ridere quasi come se non fosse successo niente. Quasi. Anzi, viene da chiedersi di cosa parli chi indica nel “politicamente corretto” il principale male di quest’epoca. Certo, ha perso dei rapporti di lavoro, quelli direttamente dipendenti dalle pubbliche relazioni e dalla comunicazione, ha guadagnato meno di quello che avrebbe potuto, e difficilmente il New Yorker gli dedicherà un nuovo profilo come quello del 2013 in cui lo definiva il ‘Gogol dei nostri tempi’. Ma non ha mai smesso di produrre e lavorare, né di ottenere riconoscimenti – Sincerely, per esempio, è stato nominato agli scorsi Grammy Awards –, il sistema culturale americano non l’ha davvero “cancellato”. Alla fine di Sorry, Louis C.K. si può permettere di imitare la voce di una donna afroamericana, in uno sketch in cui la donna sta scegliendo delle banane al supermercato, e di prendere di mira la comunità trans. Senza scatenare neanche una banalissima shitstorm.

‘Scusate’

Nessuno vorrebbe davvero una letteratura fatta solo di storie edificanti, morali, di personaggi esemplari. O, peggio, scritta da persone esemplari, senza macchia, abili comunicatori in cerca del successo mainstream, mentre gli abitanti degli abissi, che a Cthulhu sacrificano sé stessi, muoiono di fame, o di cirrosi come Bolaño. Ma il caso di Louis C.K. mostra che, in fin dei conti, non è questo il punto, né si tratta di saper stare al passo con i tempi (anche se non guasterebbe). In un articolo pubblicato su Slate, Lili Loofbourow ha sottolineato come sia cambiata la nostra percezione della comicità di Louis C.K.: è venuta a mancare la “rete di salvataggio”, l’idea che nonostante dicesse cose tremende, sotto sotto fosse una brava persona.

Non sappiamo più chi è il vero Louis C.K. L’incapacità di mettersi nei panni di qualcuno di diverso da sé e di chiedere sinceramente ‘sorry’, nasconde la difficoltà a parlare sinceramente di sé. Perché Louis C.K. non trova la forza per scherzare sulla paradossalità di un uomo che desidera masturbarsi – attività solitaria per eccellenza – in compagnia, chiedendo partecipazione e sostegno? Il problema non è la rispettabilità di C.K., quanto la sua autenticità. E se Bolaño non voleva scrittori ruffiani, ancor meno avrebbe voluto scrittori inautentici.

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