Premi letterari. Un (gran) popolo di concorrenti

“Non ci crederai”, mi fa un amico, bravo padre di famiglia, “ma nel mio palazzo vive un geometra che non è mai stato candidato al Premio Strega…”

Di Valerio Rosa

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione

Dunque esistono persone che – bontà loro – non hanno nulla da presentare a un qualsivoglia concorso letterario? Incredulo, raggiungo telefonicamente uno di questi rari esempi, un signore che chiede di mantenere l’anonimato per non disonorare i parenti. “Scrivo delle poesie ogni tanto”, si schermisce, “racconti, impressioni, ma ho rifiutato tutte le proposte di pubblicazione che ho ricevuto”. “Editori a pagamento?”, ribatto. “No no, anche marchi importanti. Ho commesso l’imprudenza di leggere qualche verso in ufficio e, sa come vanno queste cose, sono venuti a saperlo e mi hanno cercato. Ma io scrivo per me, capisce? È solo un trastullo personale, niente di più”. “E che genere di roba scrive? Mi faccia almeno un esempio”, provo a incalzarlo. “Mah, se proprio vuole saperlo la mia ultima poesia si intitola Tu che mi scaccoli il cuore. È stilnovismo punkabbestia, una corrente che ho inventato io. Ma non mi chieda di recitargliela. Anzi, non si faccia più sentire. Sparisca. Tante care cose”.

Ecco dunque un raro esemplare di scrittore reticente e renitente, che non figurava tra i 74 candidati allo Strega dell’anno scorso, non leggeremo tra gli 80 di quest’anno (li trovate tutti digitando premiostrega.it) e non comparirà nemmeno nell’elenco dei 279 dell’anno prossimo. In Italia solo il Festival di Sanremo e i concorsi per vigili urbani attirano così tante candidature. Non vorremmo essere nei panni dei selezionatori, che hanno meno di un mese di tempo per leggere 80 romanzi e sceglierne 12. Ottanta libri in un mese: considerando che bisognerà dedicare del tempo al sonno, al lavoro, a un minimo di svago e, bontà dei giurati, anche all’igiene personale, neanche leggendo una pagina al minuto per dieci ore al giorno si porterebbe a termine il gravoso compito senza finire per minacciare il suicidio, correre per strada ululando e fondare una setta satanica di adoratori delle melanzane. Leggere 80 libri, comprenderne il senso e il valore e infine classificarli, e per di più rendendosi impermeabili alle pressioni, alle raccomandazioni, alle ingerenze, alle telefonate, ai messaggi che, puntuali come le tasse, tenterebbero di orientare i giudizi: impossibile. Eppure va fatto: questi dotti, medici e sapienti lo devono al popolo di concorrenti che, magari non tutti, sognano di diventare come loro, mollando l’impiego in banca, l’insegnamento, il lavoro in libreria.

Come i mattoni della (propria) vita

Uscire dall’anonimato letterario e vivere solo di scrittura, del resto, può comportare varie conseguenze, non tutte spiacevoli: essere immortalati da fotografi professionisti in pose meditabonde, sognanti, riflessive, da cui traspaiano intelligenza, serietà e disponibilità a intraprendere carriere da guide spirituali dell’umanità; essere invitati da quotidiani e riviste a secernere a getto continuo interventi sull’Ucraina e sugli immigrati, sull’importanza della lettura e sulla delicatezza del ruolo dei genitori, sul tesoro di saggezza e di esperienza custodito dagli anziani e sull’improrogabilità di una riforma della scuola; andare in televisione, fingendo di vincere timidezze e ritrosie, per citare la famosa frase sulla leggerezza che Calvino non si sognò mai di scrivere, insistendo però ad attribuirgliela tra gli applausi del pubblico; assistere agli sceneggiati tratti dalle loro opere, con attori alla moda che impersonano investigatori coraggiosi, ligi al dovere ma disponibili a qualche trasgressione sessuale, oppure donne che superano barriere, infrangono tetti di cristallo, combattono i pregiudizi di una società oppressiva e patriarcale; prestarsi di buon grado alle presentazioni dei libri, con intervistatori esibizionisti che parlano come pappagalli e lettori che non vedono l’ora di mettersi in mostra domandando quanto della vita privata e delle esperienze passate dell’autore sia stato trasferito nel libro. Ed è qui il punto: ogni scrittore, disse quasi certamente Kafka (altrimenti si può sempre mettere in mezzo Oscar Wilde), costruisce le proprie opere con i mattoni della sua vita, ma è davvero così importante sapere se anche lui ha avuto una suocera domatrice di elefanti o un cugino uxoricida o se da giovane si è pagato gli studi spogliandosi nei nightclub o contrabbandando lampascioni pugliesi tra Daghestan e Cecenia?


Milan Kundera, classe 1929, molto in voga negli anni Ottanta in seguito alla pubblicazione del romanzo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.

L’arte e il suo artista

Apprezziamo i poemi omerici senza sapere nulla del loro autore (o dei loro autori) e, se è vero che un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire (questo sì, Calvino l’ha scritto davvero) è perché sa trascendere le circostanze che lo hanno ispirato, per farsi universale. Lo scrittore messo in un angolo da un lettore molesto o da uno storico della letteratura un po’ troppo guardone può divincolarsi ispirandosi a una lettera in cui Calvino (ancora lui) liquidava la curiosità di una studiosa: “Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere (quando contano, naturalmente). Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura”.
Non è da escludere che i candidati allo Strega ambiscano a una tale notorietà e indipendenza da potersi permettere, un giorno, un’affermazione del genere, accompagnata dal lusso di sparire, come Pynchon, Salinger e Mina, a tempo indeterminato. “Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare con il pubblico solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste, esiste la sua arte”, dichiarò Lucio Battisti nella sua ultima intervista, concessa a Giorgio Fieschi della RSI. Più drastico l’inaccessibile Milan Kundera: “Io sogno un mondo in cui gli scrittori siano costretti per legge a mantenere segreta la loro identità e a usare uno pseudonimo. Tre vantaggi: una radicale riduzione della grafomania, una diminuzione dell’aggressività letteraria, l’impossibilità di interpretare biograficamente le opere letterarie”.
Gli altri probabili vantaggi: meno gare tra libri, meno candidati e più qualità, perché continuerebbe a scrivere soltanto chi rischia, a ogni riga, di giocarsi la vita.

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