Il gipeto barbuto: per chi vuole saperne di più

È uno dei più grandi uccelli europei e nel 2021 è tornato a nidificare nel nostro cantone. Ma la sua convivenza con l’uomo è sempre stata ‘complicata’…

Di Chiara Piccaluga

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

Un avvoltoio dalle forme agili e slanciate, ma la sua figura assomiglia più a quella di un’aquila o di un falco che a quella di un avvoltoio. Stiamo parlando del gipeto barbuto, una specie protetta, e la sua reintroduzione in Svizzera nell’estate del 1991, dopo la sua estinzione all’inizio del secolo scorso, è una storia di successo; si pensi che da allora nel Parco Nazionale Svizzero le oltre venti coppie di grandi rapaci hanno messo al mondo circa 230 pulcini. Nel maggio dello scorso anno è tornato a nidificare anche in Ticino, ma la fortuna (e un drone) non ha assistito i neogenitori.

Il suo nome viene dal greco gyps (avvoltoio) e aetos (aquila) e, con la sua apertura alare di quasi tre metri e i suoi occhi rosso fuoco, è un maestoso abitante delle regioni montuose, frequenta pareti rocciose, aspri valloni e dolci altipiani che costituiscono il suo habitat ideale. La sua stessa anatomia gli permette di sfruttare perfettamente le brezze, anche minime, che risalgono i versanti e percorrono le valli montane. Nessun altro rapace, nemmeno l’aquila reale, riesce a manovrare tra i pendii con la leggerezza del gipeto, un impressionante aliante naturale dotato di sorprendente agilità.


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Lʼuovo di ʻscortaʼ

Nelle ultime settimane al centro dell’attenzione (si veda per esempio l’esaustivo contributo di Fabio Barenco apparso su laRegione, “Gipeti disturbati, covata a rischio” del 10.2.2022), il gipeto è un rapace longevo che vive generalmente in coppia, fedeli per la vita, in ampi territori. Sono molto esigenti nella scelta del partner, tant’è che se in cattività vengono messi insieme soggetti incompatibili, invece di accoppiarsi si strappano le penne a vicenda. Gli abiti stagionali e sessuali non sono differenziati; la femmina è leggermente più grande del maschio, ma tale differenza è difficilmente riconoscibile. L’aspetto degli adulti è fortemente contrastato con parti inferiori, testa e collo chiari, da bianchi a rossastri, e parti superiori scure, grigio-ardesia. Le ali e la coda sono grigio-scuro. La testa, interamente piumata, è molto caratteristica per la presenza di “baffi” neri e rigidi che scendono ai lati del becco, e per la colorazione giallo chiaro dell’iride e rossa dell’anello perioculare. Il piumaggio adulto viene acquisito gradualmente, passando attraverso una serie di livree intermedie, nell’arco di 6-7 anni.
La fase riproduttiva richiede diversi mesi e inizia precocemente; la deposizione, alle nostre latitudini, ha luogo generalmente a fine gennaio-inizio febbraio e l’unico giovane allevato arriva a involarsi solitamente nella seconda metà di luglio. Per accelerare la riproduzione in cattività si è ricorso a un espediente: la femmina depone in genere due uova a distanza di circa una settimana e il pulcino che nasce per primo uccide l’altro nei primi giorni di vita. Questa tipologia di comportamento prende il nome di “cainismo”; il secondo uovo serve esclusivamente da riserva nel caso in cui il primo non sia stato fecondato o l’embrione muoia. Per una coppia di gemelli in libertà il cibo non basterebbe, mentre in una voliera è presente in quantità sufficienti.


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Fantastico volatore

Nel proprio habitat ogni coppia dispone di aree idonee per la riproduzione, per il riposo diurno e notturno e di estesi territori di caccia, rappresentati soprattutto da versanti erbosi e rocciosi, anche moderatamente ricoperti da vegetazione arborea o arbustiva, che ispeziona sistematicamente volando a bassa quota. Il gipeto, sfruttando le sue eccezionali doti di volo, può iniziare a volare di primo mattino, trascorrendo così gran parte della giornata in cielo e spingendosi anche a grande distanza. La specie necessita quindi di vasti territori montuosi con adeguate risorse alimentari, rappresentate principalmente da carcasse di ungulati selvatici o domestici. L’alimentazione si basa soprattutto sulle ossa, risorsa che non viene contesa e utilizzata da altri necrofagi ma che si trova fortemente dispersa sul territorio. Le ossa più lunghe, prima di venire ingerite, vengono trasportate in volo e spezzate, lasciandole cadere su apposite aree rocciose denominate rompitoi. A tale comportamento si riferisce il nome spagnolo della specie: Quebrantahuesos vale a dire “spaccaossa”. Un altro aspetto molto curioso nel comportamento dei gipeti è il cosiddetto “trucco”; vanno intenzionalmente alla ricerca di pozzanghere con fango ricco di ossido di ferro per spalmarsi addosso il color ruggine. Forse questi uccelli non si piacciono nel loro pallido piumaggio e preferiscono ritoccarsi con un po’ di rosso? Fatto sta che il colore rosso-marrone delle piume pare per ora un puro accorgimento cosmetico, anche se in realtà si sa che ogni comportamento animale è il risultato di molteplici aspetti adattativi della specie. Nessuno però per ora sa come mai faccia ricorso al “trucco”, questa tecnica così inusuale per il mondo animale.


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Breve storia di unʼestinzione

Perseguitato con grande accanimento, questo uccello è scomparso dall’arco alpino oltre un secolo fa, e tutt’oggi si effettuano periodiche reintroduzioni per evitarne l’estinzione. Fino all’inizio dell’Ottocento questa specie era diffusamente presente sui principali sistemi montuosi dell’Europa centrale e meridionale, in una fascia pressoché continua dalla Penisola Iberica ai Balcani. Nel secolo successivo tali popolazioni subirono un drastico declino dovuto alle persecuzioni dirette, in quanto l’innocuo gipeto, noto fino a epoche piuttosto recenti col nome di Avvoltoio degli agnelli, veniva comunemente ritenuto specie pericolosa e nociva cui si attribuiva la predazione di ovini. Sotto Umberto I e Vittorio Emanuele III vigeva una taglia che incentivava gli abbattimenti, pagata per ogni gipeto ucciso dai direttori delle cacce reali. Allo sterminio su vasta scala contribuirono altresì il collezionismo e l’utilizzo di esche avvelenate per eliminare lupi e volpi, delle cui carcasse successivamente i gipeti si nutrivano. La causa principale dell’estinzione di questo avvoltoio sulle Alpi va quindi ricondotta all’ostilità manifestata dall’uomo, atteggiamento non del tutto scomparso nemmeno nell’ultimo scorcio di millennio. Attualmente il gipeto è presente in Europa meridionale, Asia sud-occidentale e centrale, Africa settentrionale, centro-orientale e meridionale.


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