La cultura fa paura. Esempi dalla stampa ticinese del Novecento

La storia è piena di periodi ed episodi nei quali novità e fenomeni sociali sono stati avversati e additati come portatori di idee e condotte pericolose

Di Mauro Stanga

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

Senza alcuna pretesa di esaustività né di rappresentatività, ecco cosa si scriveva in passato nel nostro cantone. Riflessioni e contributi che si contraddistinguono per la foga con cui venivano portate avanti posizioni e ideologie, in contesti nei quali le sensibilità e il sentire comune stavano cambiando, allineandosi ai tempi e a nuovi modelli sociali, soprattutto quelli dei più giovani.

Procedendo in ordine cronologico, possiamo iniziare grossomodo da un secolo fa, nel 1924, quando su Gazzetta ticinese compare un trafiletto intitolato “Pubblicazioni immorali”, in cui si denuncia la diffusione di – verosimilmente – romanzi rosa a puntate, in questi termini: “Già da qualche tempo, si osserva davanti alle fabbriche di Mendrisio, un tizio che vende alle operaie fascicoli di un libro in cui affiora il più scandaloso malcostume. Ognuno può comprendere quale grave danno morale e materiale ne arrivi alle maestranze, dalla lettura di detti fascicoli, che in luogo di sentimenti nobili e sacri, ispirano il desiderio di godere i più bassi piaceri. Il primo fascicolo, regalato, fu letto, da molte, si capisce, con vorace avidità…”.
Quarant’anni più tardi, nel 1967, a essere minacciati da pubblicazioni cartacee – questa volta i fumetti – sono invece i giovanissimi, come testimonia un intervento tenuto in Gran Consiglio dal deputato liberale Arnoldo Tamburini, che punta il dito verso la diffusione di questi albi nei paraggi delle scuole: “Si tratta qui di un problema che senza dubbio deve preoccupare e che chi parla richiama all’attenzione del Dipartimento della pubblica educazione e a quello di polizia. E ogni docente dovrebbe farsi gendarme fuori della scuola per strappare dalle mani degli allievi tali pubblicazioni avvelenatrici. (…) È, quello dei fumetti, un problema che deve essere seguito con particolare attenzione nella ricerca dei mezzi idonei per combatterlo”. A elencare i lati negativi dei fumetti secondo Tamburini, ci pensa sempre Gazzetta ticinese nel resoconto della seduta parlamentare: “Non deve essere possibile assistere a letture di pubblicazioni per l’infanzia scolastica in cui si rileva quasi sempre la mancanza della famiglia, della Patria, dell’onestà e del lavoro ed in cui il testo e le didascalie sono volgari, lascivi, morbosi e scorretti”.


Mamma, ci sono i Beatles! Giovanissime ‘deliranti’ nella metà degli anni Sessanta tra le giovanissime fan di John, Paul, George e Ringo. Scene in verità non nuove negli Stati Uniti, si pensi a quanto avveniva negli anni Cinquanta con Elvis Presley o Marilyn.

Sporchi, drogati e fanatici

Ma le insidie non vengono certo solo dalla letteratura; anche la musica fa, notoriamente, la sua parte. Vediamo come nel 1964 il Giornale del Popolo – riportando un articolo dell’“Ordine di Como” – inquadrava l’allora imperversante Beatles-mania: “Le facce del pubblico di ragazzi e ragazze che assistevano a una esibizione dei ‘Beatles’ erano tese, le bocche aperte, gli occhi spiritati, come in un parossismo di piacere e di dolore: quasi uno scatenamento ossessivo. Alla domanda: ‘Che cosa agita così tremendamente questi ragazzi e ragazze sotto la sollecitazione dei canti e delle danze?’ rispondiamo modestamente noi. È lo scatenamento inconscio della sessualità come istinto, ossia è la animalità”.
Una volta scoperto l’arcano, l’articolo approfondisce la tematica in questo modo: “Anche noi cattolici stiamo diventando ridicoli nel trattare il tema della sessualità: illudendoci di diventare comprensivi e di valorizzare la scienza, finiamo col dimenticare la fondamentale esperienza della vita: la sessualità è un istinto di principio, è una forza oscura e cieca, è una tendenza brutale: tocca alla razionalità controllarne la energia e le manifestazioni, educativamente, ossia prima che i bambini abbiano il perfetto uso di ragione, in modo che il sesso non arrivi ad esplodere. Il nostro tempo, stupidamente, lascia che i ragazzi vengano eccitati con i più stolti richiami alla cecità dell’istinto”. Tant’è. Una volta stabilito anche il legame tra i Beatles e l’allentamento della moralità sessuale, passiamo ai mutamenti in campo di abbigliamento e di igiene, prendendo spunto da un incredibile articolo pubblicato nel 1970 dal Giornale del Popolo che trae a sua volta spunto dall’avvistamento (fotograficamente documentato) di due “hippies” in zona Massagno. Queste le considerazioni: “‘Lavarsi è bene, ma andare in giro sporchi è meglio’. Lo slogan potrebbe funzionare per i due giovani che il teleobiettivo del fotografo ha ripreso furtivamente. (…) Due ‘hippies’ sporchi, luridi. (…) Spontanea la domanda se sia ancora possibile che in piena civiltà del benessere ci si debba imbattere in ‘quadri’ del genere. Che strani e incoerenti questi ‘hippies’! Hanno adottato il fiore come loro simbolo distintivo e girano conciati in una maniera che mette ribrezzo. Sì, ribrezzo è l’unica parola appropriata. (…) Zazzere fluenti e incolte, a piedi nudi, un paio di ‘blue jeans’ unti e bisunti… Non hanno nemmeno il coraggio di alzare il pollice per invocare un passaggio. Sanno di avere i panni… ‘sporchi’. Aspettano ugualmente, però, che qualcuno mosso a compassione fermi la sua ‘barca’ per ospitarli. Una fiducia che rasenta la presunzione”.
Spostiamoci infine dai bordi di una strada di Massagno alla Piazza Grande di Locarno, che a più riprese è stata al centro di polemiche di questo tipo, per eventi teatrali, musicali – si veda il recente contributo sul dibattuto concerto di Vasco Rossi del 1985 apparso su queste pagine; Ticino7 n. 3/2022 del 22 gennaio, ndr – oppure cinematografici (il Festival internazionale del film quasi ogni anno è affiancato da simili querelles, spesso alimentate dalle stesse persone, va detto). Partiamo dal 1973, quando Dario Fo transita in questa piazza con la sua compagnia, portandoci il suo Mistero buffo, con a corollario manifestazioni di solidarietà al Cile da poco colpito dal golpe di Pinochet. Nei giorni seguenti, tra le voci critiche, trova posto sull’Eco di Locarno una lettera in cui si esprimono non pochi dubbi: “Non riusciamo proprio a comprendere come le nostre autorità (che crediamo pur sempre fedeli al mandato conferito loro da una stragrande maggioranza democratica) possano permettere che la Piazza Grande (centro storico di una città storicamente democratica) si trasformi in palestra per spettacoli scellerati, blasfemi e antidemocratici. Come si può tollerare che la nostra bella piazza venga offerta ad elementi sovversivi per bravamente offendere la sensibilità cristiana della nostra gente con spettacoli blasfemi o per bandire slogans che sono un insulto allo spirito democratico dei Locarnesi? Siamo preoccupati per la scuola, dove vi sono impegnati docenti che lavorano in profondità per distruggere nella nostra gioventù ogni valore morale: siamo preoccupati per certe manifestazioni ‘pseudo-culturali’ che altro non sono se non oscenità contrabbandate con l’etichetta dell’arte: siamo preoccupati perché parte della nostra gioventù scivola in modo preoccupante verso i baratri del vizio e della delinquenza. Abbiamo paura di condannare apertamente gli spettacoli di Fo e della Rame per non essere tacciati di ‘provinciali’. Così trangugiamo bocconi amari ed assistiamo in silenzio alla distruzione di quei valori nei quali abbiamo sempre creduto e continuiamo a credere”.


Pier Paolo Pasolini, una figura certamente scomoda, capace di muovere le coscienze e sollevare tabù e ipocrisie.

Ah, il grande schermo!

Le critiche restano apparentemente lettera morta, giacché al Festival del film del 1976 viene proiettato nientemeno che l’ultimo, postumo e controverso film di Pier Paolo Pasolini Salò o le 120 giornate di Sodoma, in guisa di omaggio al regista assassinato l’anno precedente (lasciamo per ora da parte i modi in cui questa notizia venne riportata da certa stampa ticinese; sui contatti tra l’artista e il nostro territorio potremmo tornare in un prossimo contributo dedicato). La pellicola gode di ben 5 proiezioni al REX; ulteriori rappresentazioni programmate vengono sospese causa la disordinata calca dei molti curiosi, la piega morbosa che l’evento stava prendendo, nonché il paventato arrivo sulle rive del Verbano di irosi fascisti con cattive intenzioni. Queste proiezioni ci interessano in questo ambito perché saranno alla base, l’anno successivo, di una petizione presentata da un non meglio precisato “Movimento per la dignità dell’uomo”, con un seguito di 1’500 firme, che farà molto discutere, fino a mettere in discussione l’esistenza stessa del Festival di Locarno. Eccone i passaggi salienti: “Nessun Festival del Film anche di calibro ben maggiore di quello di Locarno inserisce nel suo programma ufficiale un film pornografico anche se, col pretesto ipocrita della cultura e dell’arte, essi vengono presentati nell’ambito di manifestazioni collaterali. A Locarno invece si vuole (e lo si è fatto) proiettare in Piazza Grande qualsiasi film pornografico. Lo scorso anno il direttore del Festival signor Moritz de Hadeln intendeva proiettare in Piazza Grande il film Sodoma e Gomorra o le 120 giornate di Salò; solo per la ferma opposizione di alcuni membri del Comitato del Festival tale vergogna venne evitata. Lo stesso de Hadeln ebbe a dichiarare pubblicamente: ‘Mi vergogno per il fatto che tale film non possa esser presentato in Piazza Grande’. Il direttore del Festival intendeva così rendere onore a Pier Paolo Pasolini la cui opera e la cui fine ben conosciamo. Ora i Locarnesi debbono difendere la loro Piazza: essa non deve divenire arena di spettacoli pornografici ammantati dal falso velo dell’arte e della cultura. Le civiltà che nel passato hanno accettato simile arte e cultura sono miseramente perite. La Piazza è dei Locarnesi ed essi hanno il dovere di vigilare affinché non diventi portavoce di pornografia, di linguaggio d’infima trivialità ed ora (come avviene per alcuni ultimi film programmati a Locarno) anche di grossolane bestemmie. Perciò viene lanciata questa petizione con la quale i cittadini del Locarnese chiedono che Piazza Grande non venga più concessa per simili spettacoli”.


Ispirato a De Sade (che a sua volta si rifece a Dante), per molti critici la pellicola di Pasolini del 1975 non è solo ‘sesso e violenza’, ma una complessa e allegorica rappresentazione del potere, della vita e della morte, con continui rimandi al mondo delle arti. Il regista venne ucciso poche settimane prima della proiezione del film al Festival di Parigi.


Enzo Jannacci e Roberto Benigni: uno scatto del 1983 a Milano. Nello stesso anno i due menestrelli giunsero anche a Locarno.

Satira o schifezza?

Infine, nel 1983 in Piazza Grande calano Enzo Jannacci e Roberto Benigni per uno spettacolo condiviso che trova severe condanne da parte della stampa di area cattolica, che grida al “trionfo del cattivo gusto”. Il Giornale del Popolo in particolare titola la sua recensione: “Un insulto al buon nome di Piazza Grande. Jannacci e Benigni in coppia: la kermesse delle volgarità”, chiudendola con la seguente constatazione: “Si può essere di qualsiasi colorazione politica, si può essere convinti atei ma sostenere la dissacrazione tipo Jannacci e Benigni significa schierarsi contro l’uomo, non certo nobilitarlo”.
Per i dettagli possiamo infine fare riferimento all’interrogazione che il deputato Armando Dadò inoltrerà al Consiglio di Stato nei giorni subito seguenti: “A Locarno, in Piazza Grande, si è svolto nella tarda serata del 20 agosto 1983, organizzato da un’agenzia locale, uno spettacolo che ha visto alternarsi sul palcoscenico il cantautore milanese Enzo Jannacci e il comico toscano Roberto Benigni. La manifestazione svoltasi alla presenza di spettatori in gran parte giovani e giovanissimi, ha purtroppo finito col fare della scurrilità, del turpiloquio e del blasfemo la sua vera ragion d’essere. Il linguaggio triviale e sguaiato ha segnatamente preso di mira i maggiori esponenti politici della vicina e amica Nazione, senza trascurare nemmeno Dio, il Papa e il Vecchio e Nuovo Testamento, coinvolti a lungo dal Benigni nella sua turpe parodia”.
Ciò considerato, Dadò chiede al Consiglio di Stato di interessarsi nell’intento di “evitare che nel futuro un importante luogo pubblico e storico qual è la Piazza Grande” sia convertito in un ambiente dedicato a “brutture che fanno degenerare la libertà in licenza, offendono la coscienza morale e il buon gusto, vanificano gli sforzi educativi compiuti dalla scuola ticinese e oltraggiano governanti e capi di Stato esteri”. A mo’ di conclusione permettetemi una considerazione: sappiamo bene che situazioni di questo tipo non sono rimaste confinate nel secolo scorso, ma riaffiorano tuttora con ciclica frequenza, in genere sotto forma di goffe e disordinate resistenze a nuove tendenze non comprese o di ultimi scomposti colpi di coda nel tentativo di opporsi a cambiamenti inesorabilmente già in atto; che si tratti di fenomeni culturali o della concessione di “nuovi” diritti civili.

NOTA: come di consuetudine, gli articoli citati sono stati reperiti e sono disponibili grazie all’Archivio digitale dei quotidiani e periodici del Sistema bibliotecario ticinese (www.sbt.ti.ch/AQP).

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