Giovani e telefonini. Come superare l’eterno conflitto?

Da strumento per comunicare, in pochi anni è diventato il centro di tutto, anche delle nostre vite. Creando non pochi problemi, negli adulti e nei ragazzi

Di Federica Ciommiento

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione

È il dilemma di tutti i genitori. O almeno di quelli che rispetto alla ‘tecnologia ricreativa’ qualche domanda se la pongono: esiste un’età ideale per permettere ai propri figli di avere uno smartphone? E che utilizzo ne dovrebbero fare? Quando è necessario preoccuparsi e quali patologie possono manifestarsi senza un controllo parentale? Una mamma, un docente e alcuni specialisti manifestano il loro punto di vista.


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1. I GENITORI

Come molti, anche Chiara – una madre il cui vero nome è noto alla Redazione – si è trovata presto confrontata con la richiesta di ricevere il telefonino da parte della figlia preadolescente. Ed ecco che si sono palesate le paure e le domande: è il momento giusto? Come le spiego che lo smartphone può essere uno strumento anche ‘pericoloso’? Dopo alcuni anni di resistenza alle suppliche della figlia (“Mamma, ma tutti i miei amici ce l’hanno!”) ha trovato una soluzione intermedia: farle usare il proprio.
Quanti anni aveva sua figlia quando avete cominciato a condividerlo?
“Aveva dodici anni. Ho optato per questa soluzione perché non la ritenevo ancora pronta per averne uno proprio, ma c’erano comunque delle esigenze legate allo studio e allo sport. Infatti, alcune comunicazioni venivano date per messaggio”.
Come ha vissuto il fatto di averlo in comune con la mamma?
“Sicuramente le mancava il telefono quando io non c’ero, ma ho preso questa decisione anche per controllarne meglio l’uso. Ovviamente lo utilizzava anche per sentirsi con gli amici. A me andava bene, anche se avevo il timore che si trasformassero in relazioni sempre più virtuali e meno reali. Questo tema è stato oggetto di molte discussioni. Inoltre spesso litigavamo perché lei lo voleva usare per più tempo”.
Alla fine però ha ceduto e gliel’ha comprato…
“Ho deciso di regalarglielo quest’anno, a 14 anni. Ogni tanto devo ancora richiamarla per ricordarle le regole che le ho dato. Soprattutto quella di non utilizzarlo dopo le 21.30”.
Personalmente, cosa la spaventa del telefonino?
“Direi l’abuso degli altri. Persone, di cui lei ovviamente si fida, che potrebbero utilizzare le sue foto per danneggiare la sua immagine, per crearle delle sofferenze psicologiche. Inoltre c’è la possibilità di incappare nel pedofilo di turno o che vengano pubblicate immagini sue su qualche sito. Per questi motivi le ho dato anche delle regole riguardo al tipo di fotografie da pubblicare sui social”.
Ci sono indizi che provano una scarsa prudenza da parte di sua figlia?
“Ricordo di una sera in cui eravamo in macchina ed era contenta per il fatto che avesse 200 follower. Quando le ho chiesto se conosceva tutte queste persone mi ha risposto di no e questo mi ha fatta arrabbiare. Nonostante le avessi spiegato i pericoli della rete ho notato che non è in grado di gestirsi”.
Le chat non la preoccupano?
“In quel caso sono più tranquilla, anche se purtroppo provocano un uso continuo del telefonino. Più chat hai, più sei sollecitata, più ti viene da guardare di cosa si tratta. Per questo motivo quando fa i compiti non le permetto di usarlo. In buona parte i messaggi sono degli scambi ludici, ma sottraggono comunque tempo allo studio”.
Se non avesse regole, sua figlia sarebbe in grado di gestire il telefono?
“No, perderebbe il controllo. Noto infatti che nonostante le siano state date delle regole, ha comunque la tendenza ad abusarne. Questo anche a causa di come sono fatti gli smartphone, che rende dipendenti gli adulti stessi”.
Cosa pensa dei genitori che danno prima il cellulare?
“Penso che sbaglino. A mio parere una buona parte dei genitori concede il telefonino ai figli perché teme di creare delle sofferenze psicologiche o delle frustrazioni nel non averlo, come farlo sentire diverso, più ‘out’. In alcuni casi cedono alle continue richieste o pensano che sia uno strumento in più per controllarli e proteggerli, cosa non vera. Se viene dato a un ragazzo, la motivazione che deve primeggiare è l’utilità. Mi piacerebbe che ci fosse da parte dei genitori maggiore presenza e coinvolgimento nell’educazione dei figli all’uso del telefonino o di altri dispositivi. E che si riescano a fare delle cose insieme ai ragazzi che non siano strettamente legate alla tecnologia”.


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2. I MEDICI

“In Svizzera i giovani dai 10 ai 15 anni utilizzano in media le piattaforme elettroniche per 4 ore e mezza al giorno. Nei weekend il consumo arriva anche a otto ore”, spiega il dottor Valdo Pezzoli, primario all’Istituto pediatrico della Svizzera italiana, il quale ricorda che in generale il tempo trascorso davanti agli schermi è in aumento. “Non sono solo le ore di utilizzo a essere preoccupanti – prosegue –, bensì la combinazione di esse con contenuti problematici come i giochi violenti”.
La parola d’ordine per i creatori di applicazioni e contenuti digitali è ‘attrattività’, questo per far sì che le persone rimangano connesse il più tempo possibile: “Gli stimoli che si ricevono sono molto forti e motivanti”, afferma Nadia Zanda, psicologa all’Istituto pediatrico. “Un esempio sono i giochi costruiti a livello. Nei casi di abuso possiamo osservare un peggioramento delle capacità di attenzione e concentrazione nella vita e a scuola. Questo perché le stimolazioni nella vita reale non sono così interessanti e forti come nel gioco”. Spesso i giovani consacrano agli schermi tempo che andrebbe utilizzato per il sonno portando così a “stanchezza e scarsa organizzazione della giornata. Inoltre, durante le ore diurne vi è un riverbero di pensieri legati alle chat o al gioco, che rende tanti ragazzi distratti a scuola”, precisa Pezzoli. Inoltre “la luce del telefono e del tablet interferisce con la produzione di melatonina, ingannando il cervello che di sera non capisce che è il momento di prepararsi a dormire”, ricorda la psicologa.

L’importanza di tutti i sensi

Oltre alla diminuzione della concentrazione e una scarsa igiene del sonno, gli schermi stimolano in maniera molto alta i canali visivo e uditivo a discapito di altri sensi: “Per i bambini molto piccoli è dunque un mezzo limitato – dice Zanda –, poiché per loro è importante conoscere e sperimentare il mondo tramite tutti i sensi: toccando, manipolando, mettendo in bocca, ascoltando il rumore, sentendo la consistenza e la resistenza delle cose. Giocare per troppo tempo col telefono fa perdere al bambino occasioni per interagire con gli oggetti, con il mondo che lo circonda e le persone che gli stanno attorno. Per questo motivo è possibile riscontrare problemi nello sviluppo della comunicazione, del linguaggio, dell’ambito motorio e visuo-spaziale”.
Vi è dunque proprio un aspetto fisico che impone una limitazione degli schermi nei primi anni d’età. “Quando si nasce il cervello non è ancora totalmente formato. Le connessioni neuronali maturano nei primi anni di vita e questo è un processo che è molto sensibile agli stimoli esterni”, afferma il professor Gian Paolo Ramelli, primario sempre all’Istituto pediatrico. Oltre alla questione legata agli stimoli è stato dimostrato da alcuni studi che “la diffusione delle onde elettromagnetiche nel cervello di un bambino è molto più importante rispetto a quella di un adulto. Consiglio dunque che il cellulare venga tenuto il più lontano possibile dall’orecchio di un bambino”.
L’uso dei mezzi tecnologici tocca dunque due aspetti importanti nel bambino e nell’adolescente, afferma Ramelli: “Può cambiare la psiche in quella che è la sua fascia di maturazione e causare possibili alterazioni di tipo organico con conseguenti problemi come la sterilità, se per esempio si tiene per lunghi periodi il laptop in grembo. Come pure adiposi e problemi cardiocircolatori, dovuti al fatto che non si sollecita sufficientemente l’apparato muscoloscheletrico”. Sotto i due anni, il pediatra consiglia di evitare gli schermi: “Bisogna lasciare il tempo ai genitori di interagire con il bambino. Spesso viene dato il telefonino per tranquillizzare i piccoli, ma è una cosa che va assolutamente evitata”. In seguito, fino ai cinque o sei anni, l’uso dei dispositivi tecnologici non dovrebbe superare i 30 minuti al giorno: “Ci sono degli aspetti positivi in questi oggetti, fanno parte delle esperienze ma vanno limitati”. In sostanza, riassume il pediatra, nella prima parte della vita si tratta di una questione quantitativa, cioè di quanto tempo si trascorre davanti agli schermi. Col passare degli anni diventa gradualmente una questione qualitativa, quindi è più rilevante cosa si guarda e a che giochi si prende parte.


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Non proibire ma regolare

Quando si cresce il telefonino, soprattutto in pre-adolescenza e adolescenza, ha un fortissimo richiamo sociale: “Questo perché permette di essere in contatto con gli amici, i coetanei, in qualsiasi momento. È un’attrazione potente che crea dipendenza”, spiega Nadia Zanda. “Un esempio tra tanti sono le chat di classe, che si formano sempre prima a livello d’età, dove se non partecipi resti tagliato fuori dal gruppo. Anche i social hanno un richiamo sui ragazzi a età sempre più precoci”.
Ma dunque qual è la soluzione? “Evitare gli estremi. I mezzi informatici hanno comunque dei lati positivi, delle utilità anche didattiche. Togliendoli totalmente si rischia di isolare il ragazzo dal suo gruppo di riferimento, col pericolo di conflitti estremi in famiglia. Nemmeno concedere senza una minima regola va bene. I problemi sono legati all’abuso, non a un utilizzo regolato”. Ruolo importante è dunque quello dei genitori che “devono porre delle regole adatte all’età e alla situazione, come pure dare l’esempio – ricorda la neuropsicologa –. Infatti se un bambino vede la mamma e il papà utilizzare molto il telefonino, esso diventa un oggetto molto interessante per il piccolo, che a sua volta lo vorrà usare più spesso”.
Altro punto da non sottovalutare è, secondo Zanda, l’importanza che i genitori si informino sul funzionamento dei dispositivi e dei loro contenuti. “Alcuni non distinguono la differenza fra un social e un gioco, ma vedono la stessa cosa: una faccia dietro a uno schermo”, le fa eco Pezzoli. “I mezzi elettronici vanno differenziati e ognuno ha una sua caratteristica. Le tecnologie moderne offrono opportunità incredibili che bisogna far conoscere ai ragazzi. Alcune funzioni legate allo svago vanno invece regolamentate, in maniera molto rigorosa per quelle che contengono violenza e pornografia”, dice il pediatra. Regole che però vanno poste sin dall’inizio: “In questo caso generalmente i giovani le accettano. È sbagliato metterle in un secondo momento in maniera proibitiva e correttiva”. Riguardo all’idea di condividere il telefono con il proprio figlio, Pezzoli è scettico: “Bisogna tenere conto dell’individualità e del desiderio di autonomia degli adolescenti. Potrebbe anche funzionare, ma fondamentalmente non è quello che cercano i ragazzi”.


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3. I DOCENTI

“Tutto deve essere pronto e rapido, non vogliono far fatica”. Ci dice questo Sandro Maglio, insegnante di italiano e latino alla scuola media, riferendosi a molti dei suoi allievi. “Rispetto a dieci anni fa sono più distratti”. Molto è probabilmente dovuto alla tecnologia che ha reso le informazioni più veloci, brevi, fruibili. A scuola, e non solo, è però necessario analizzare, restare concentrati per più dei 30 secondi di un video su TikTok. Cosa può fare dunque un insegnante? “Avere pazienza e dimostrare la validità del metodo di lavoro che propone. Non è facile, in quanto docente non si vedono subito i frutti. Si semina, sperando che qualcosa germogli”. Internet non è certo da demonizzare: “È uno strumento potentissimo, una miniera di sapere. Purtroppo, però, gli smartphone hanno aumentato la richiesta di informazioni – le persone vogliono in continuazione contenuti nuovi –, ma diminuito l’attenzione e la capacità di analisi. Ho notato che i giovani che usano poco questi strumenti sono i più svegli, reattivi, curiosi”.

ʻSono visto, quindi esisto’

A essere toccate dalle nuove tecnologie non sono solo le capacità cognitive, ma anche quelle relazionali: “Manca sempre di più l’aspetto della corporeità”, osserva Maglio. “I ragazzi comunicano maggiormente attraverso i social. Per esempio, su Instagram è possibile far partire una diretta e i tuoi amici vedono cosa stai facendo. Diventi una piccola star planetaria, perché potenzialmente ti possono vedere in ogni parte del mondo. Attraverso queste piattaforme sei dunque qualcuno. ‘Sono visto quindi esisto’”. Comunicare attraverso gli smartphone rende tutto un po’ meno vero: “È uno schermo in tutti i sensi, anche delle emozioni. Ho l’impressione che i ragazzi non riescano a imparare a relazionarsi in modo sano con l’altro. Per esempio, un litigio è un momento importante nella crescita di una persona, ma farlo per messaggio non è la stessa cosa. Comunicando così vengono a mancare i segnali del corpo, che poi non si imparano. Sono stati sostituiti dalle emoticon, che possono essere ancor più fraintese. I messaggi non verbali sono importanti. Nei momenti di bisogno possono mandare un messaggio rassicurante, sono in grado di far sentire le persone capite, prese in considerazione. Per esempio, alcuni miei ex allievi quando mi vedono nei corridoi alzano il pugnetto, mi cercano per un gesto di saluto, è una dimostrazione di affetto che sarebbe davvero brutto se scomparisse. Non dobbiamo lasciare che questi strumenti ci rubino la nostra umanità. Sono importanti ma non possiamo diventarne schiavi. A volte mi chiedo: e se un giorno dovesse mancare l’elettricità o la rete? Saranno capaci di comunicare l’uno con l’altro?”. La scuola sta introducendo alcuni strumenti digitali e spesso, invece che con carta e penna, i giovani redigono i testi al computer: “Ci sono certamente dei vantaggi, ma al tempo stesso si perde in manualità. Molti hanno una calligrafia illeggibile o non sanno più tenere in ordine un classificatore”.

Come dei baby-sitter

Anche la questione stanchezza in classe non è da sottovalutare: “A volte arrivano a lezione stravolti perché sono rimasti davanti allo schermo fino a ora tarda, senza un controllo da parte dei genitori”. Ovviamente non bisogna generalizzare, ma a volte “questi strumenti diventano come dei baby-sitter: mio figlio è lì tranquillo e non mi dà problemi”. C’è anche da dire che “viviamo in un momento storico in cui noi adulti siamo molto sotto pressione dal punto di vista professionale. Il tempo da dedicare ai figli per aiutarli a crescere quasi non si trova. Il lavoro succhia ogni energia fisica e morale. Se già in condizioni normali educare richiede molto impegno e fatica, pensa a quando non hai il tempo e le forze per farlo…”.


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