Riflessioni sull’arte con Giuliano Togni

“Manca la qualità”, secondo lui. E manca soprattutto un riconoscimento per chi fa ricerca e percorre strade diverse

Di Marco Jeitziner

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.

Classe 1942, nato a Milano e cresciuto in Val Solda, vive a Origlio e ha tre figli. Si è formato in Accademia a Parigi, poi a Roma fino al 1966. In Ticino ha insegnato per quasi 40 anni al Centro Scolastico per le Industrie Artistiche (CSIA). Ha fatto alcune mostre personali, vinto dei premi, avuto incarichi pubblici e privati. È stato presidente di Visarte-Ticino. Con i colleghi ha organizzato mostre a Locarno, il percorso artistico nel paese di Brè, Biennali di scultura a Cureglia con importanti architetti ticinesi.

Nella sua casa-atelier di Origlio ci accoglie un uomo alto, snello, folti capelli bianchi, grande vivacità intellettuale. “Sono nato durante la guerra, quando mio papà mi portava a letto odorava di acqua ragia, quindi sono cresciuto nei colori. La mia aspirazione è sempre stata quella di poter dipingere”, ci racconta Giuliano Togni. “Eravamo poveri, non avevamo neanche più la casa e a mio padre il conflitto ha lasciato solo la bicicletta. Per fortuna eravamo originari della Val Solda e lì c’era una possibilità di fermarsi: è in valle che sono cresciuto fino alla fine della guerra”.

Lʼacquisizione allʼestero

“Naturalmente in valle cosa c’era? Poco. Lugano era un punto di riferimento. Ci venivo di giorno per andare a scuola e la sera dovevo tornare a casa mostrando il passaporto al confine”, ricorda Togni. Perché dipinge? “Avevo questa aspirazione e non potevo fare altrimenti. Cosa fa un figlio unico? Non può condividere certe cose e quindi può entrare solo in una dimensione personale. Quindi dipingere è diventato il mio mondo!”. Andò a Parigi negli anni Sessanta perché, spiega, “non c’era un altro mondo” per uno che aveva studiato storia dell’arte in bianco e nero. Parigi “in quel periodo offriva tutte le possibilità per un ragazzo che non ha mai visto nulla. Era l’unico posto che mi potevo permettere!”. Poi un anno a Roma. Ricorda che “quando feci la domanda mi dissero: vedrai che è un’altra cosa… Era veramente l’opposto di Parigi. Fu una grande scoperta l’Italia con tutto il suo patrimonio”.


© Sylvana Raschke

La necessità d’imparare

Quelle esperienze, dice l’artista, “mi hanno stravolto e dato sicurezza perché non avevo conoscenza di me stesso, mentre lì devi per forza vivere, affrontare tutto quello che ti circonda e Parigi era soprattutto acquisizione!”. Il suo sogno delle Belle Arti è stato un po’ frenetico: “Mi chiesero che cosa ci facessi lì e mi dissero subito di no. Allora feci l’Académie de la Grande Chaumière dove il direttore, fortunatamente, riconobbe le mie competenze e quindi mi introdusse alle Belle Arti!” , ricorda con gioia. Alla fine fui preso, ma siccome non si potevano scegliere gli insegnanti, dice, “ebbi la fortuna di avere Roger Chastel, parente del famoso storico dell’arte André Chastel (1912-1990, nda): mi è servito molto come persona, come accettazione”.

Lʼesigenza dei colori

Tornato in Svizzera Togni si dedicò all’insegnamento al CSIA di Lugano per quasi 40 anni. Altrimenti, ammette, “come potevo sostenermi per fare il pittore? La scuola è stata passione, desiderio, sogno condiviso”. Nel suo atelier spicca l’uso del bianco… “Sì, è il mio ultimo periodo, speculo sulla luce con questi rilievi interessanti che devono essere visti in questo modo, ma sono un amante di tutti i colori”, spiega. “Ognuno di noi ha un mondo di colori che gli sono più confacenti e dentro il quale è immerso. Io non potevo insegnare un colore solo, ma la teoria dei colori, dell’immagine, come si vede e come la si crea. A scuola ho fatto questo!”. E quei rilievi sotto tante sue tele? “Il rilievo per me è sempre stato l’ideale, ho sempre tentato di dare l’idea del volume, perché era alla base della nostra educazione”. Mentre ci mostra un deposito con più di cento tele, spiega che “è un lavoro che richiede una certa preparazione, non posso partire da una tela ed estrofletterla, devo per forza progettare prima di arrivare a una dimensione”.


© Sylvana Raschke

Dipinti che raccontano

Togni racconta coi colori e con la luce. Ci mostra delle opere nella sua casa-galleria: “Questi sono i tre colori primari con cui si fanno tutti gli altri: lo zafferano, ecco il pistillo! La porpora, estratta da una conchiglia; e il lapislazzulo, che arriva dal fondo della Terra. Questa è un’eclissi, questa invece è la fonte di Venere: è proprio così astratto? Se non è figurativa, la mia arte racconta”. Poi ecco “Mnemosine, depositaria della memoria, quella che ci ricorda tutto, sono partito da questo presupposto”. Per ogni opera Togni impiega “tre settimane come minimo, devo continuare a macinare, non posso farlo subito, raramente il risultato si concretizza subito. Inoltre faccio sempre due lavori almeno, perché devo per forza confrontarli”.

Terra di artisti? 

Quando gli parliamo del “Ticino terra di artisti” (slogan di una storica campagna per promuovere il territorio, nda) Togni sorride: “Io ho una brutta visione dell’arte in generale per come è messa oggi. Prima di tutto bisognerebbe cambiare certe definizioni: chi è l’artista? Perché bisogna studiare? Tre righe o dei chiodi sono sufficienti per dire che uno è artista? L’artista fa o racconta?”. Togni è severo anche sui critici d’arte: “Raccontano cose che non ci sono, vedono o inventano? Non ho molta simpatia per loro. Lo sanno che fatica faccio? Tele estroflesse, colori tradizionali, pannelli di legno laccati ecc.: faccio tutto io. Dentro ogni tela c’è un’anima”. Sull’arte da esposizione sostiene che “siamo sopraffatti da gallerie che ci propongono lavori che non sempre sono quello che ci si aspetta. Sono state fatte mostre che non valevano la pena. Manca la qualità: dov’è la professionalità? Possiamo permetterci anche solo uno sputo sul muro e giustificarlo? A differenza di altre discipline che richiedono anni di formazione”.


© Sylvana Raschke

 

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