‘Ascolta, l’ho scritta per te!’. ‘No grazie… cantala tu’

La legge del successo dice che a volte basta una canzone a cambiare una carriera, o ad avviarla. Sempre se si è in grado di guardare lontano

Di Beppe Donadio

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione

È vero che con i ‘se’ e con i ‘ma’ non si va da nessuna parte, ma la storia del pop è anche una questione di “sliding doors”, di occasioni perse e guadagnate, di errori di valutazione e masochistici snobismi. Ecco perché, rifiutandone una, ci si può mordere le dita fino all’osso. Si chieda al rapper Cee-Lo Green che rifiutò ‘Happy’ di Pharrell Williams e dal 2013, probabilmente, sarà un po’ meno felice.

Re e regine

Sempre che la letteratura in materia sia affidabile – e la letteratura è vasta – nel 1975 David Bowie offrì la sua ‘Golden Years’ a Elvis Presley in persona, che non ne volle sapere. Un anno dopo, il funkettone in questione avrebbe aperto Station to Station, album nel quale prende forma definitiva il ‘thin White Duke’, quel ‘sottile Duca Bianco’ col quale sarà per sempre identificato l’artista, morto nel 2016. Va detto però che la prima moglie del Duca, Angie, sostenne che la canzone fosse stata scritta per lei e non per il Re del Rock’n’Roll.
A proposito di Re. Verso la fine degli anni Settanta Elton John compose per Frank Sinatra la ballad ‘Remember’, scritta insieme al fido paroliere Bernie Taupin. The Voice la eseguì più volte dal vivo – la Rete ci restituisce un’esecuzione alla Radio City Music Hall, anno 1978 – ma non la incise mai. Tre anni più tardi, l’opportunità di fissarla nello spazio e nel tempo passò a Donatella Rettore (al tempo solo Rettore) sull’onda di un’amicizia con Sir Elton il quale, dice l’artista di Castelfranco Veneto, l’avrebbe spinta a frequentare la scuola di mimo di Peter Brook. ‘Remember’ chiude l’album Estasi clamorosa (1981) e di lì a poco ‘Sweetheart on Parade’ – musica di Elton John, testo di Gary Osborne – chiuderà il di lei album Far West (1983). Nulla invece ha a che fare Elton John con ‘This Time’ (se non per Osborne, il paroliere di cui sopra), singolo di Rettore uscito l’anno prima.

Mi piaci così come sei

‘Don’t You (Forget About Me)’ (1985) fu per i Simple Minds quel che ‘Boogie Wonderland’ (1979) rappresentò per gli Earth Wind & Fire; ovvero la presa di coscienza di essere finiti in campi pericolosamente danzerecci, da cui la correzione di rotta. Ma è la prima delle due canzoni che c’interessa, proposta da Jim Kerr a Bryan Ferry e Billy Idol (e almeno un altro artista di cui non è dato sapere). Morale della storia: come tentare di buttare alle ortiche una n.1 della Billboard.
Stessa sorte sarebbe potuta toccare a ‘Just The Way You Are’ di Billy Joel, su The Stranger (1977), album della consacrazione. Forse il pianista di Long Island non sarebbe così consacrato se fosse riuscito nel suo intento di mandare al macero la registrazione, convinto che il brano fosse una marchetta da night club. Così la pensava pure il suo batterista, Liberty DeVitto, ma non la cantante Linda Ronstadt, di passaggio negli studi in cui Phil Ramone stava producendo l’album; fu lei a far notare che scartare quella romantica bossa sarebbe stato uno scempio. Il suo autore si convinse, DeVitto ne autorizzò la nuova registrazione alle sue condizioni (una figurazione di bossa batteristicamente tutta sua), ma senza la bella e brava Linda – oggi impedita nel canto da un Parkinson – ‘Just The Way You Are’ non sarebbe diventato il momento d’oro di tutti i pianobaristi tra gli Ottanta e i Novanta. E, soprattutto, Barry White non ne avrebbe fatto una cover da milioni di copie.

‘Lei ti ha dato il due di picche’

‘How Will I Know’ (1985) fu offerta a Janet Jackson, ma la cantò Whitney Houston (meglio così); ‘I Don’t Wanna Miss a Thing’ (1998) fu scritta per Céline Dion, ma gli Aerosmith fecero da sé; ‘Holiday’ (1983) fu cantata da Madonna soltanto dopo il doppio rifiuto di Mary Wilson delle Supremes; Mariah Carey non sentiva abbastanza sua ‘Hero’ e la inviò a Gloria Estefan, che la rispedì alla mittente; si dice anche che ‘Umbrella’ (2007) fosse destinata a Britney Spears, e pure questa è una storia di spedizioni: il brano non sarebbe mai stato recapitato a Britney, che al tempo aveva già il suo bel daffare con papà Jamie. Più vicine ai giorni nostri, Adele e Beyoncé avrebbero rifiutato ‘All About That Bass’ (2014), scritta da Meghan Trainor, che ebbe la lungimiranza di tenersela (disco di platino in mezzo mondo).
Altra aneddotica ci dice che Stevie Nicks, già Fleetwood Mac, si sarebbe rifiutata di cantare ‘Call Me’ e, ancor prima, di scriverne il testo. Giorgio Moroder, coautore del brano, si rivolse dunque a Debbie Harry dei Blondie, con la cui voce il brano trovò posto nella colonna sonora di American Gigolò quale tema principale. Tra le occasioni perse di Stevie Nicks ci sarebbe pure ‘Purple Rain’, manifesto di Prince al quale ella non volle mettere le parole. La compianta Olivia Newton John, invece, arrivò a ‘Physical’ soltanto dopo che il brano fu proposto a Rod Stewart; allo stesso modo, Diana Ross non fu la prima scelta per ‘Upside Down’, inizialmente proposta da Bernard Edwards e Nile Rodgers ad Aretha Franklin, che voleva farla un po’ troppo a modo suo e ai due membri degli Chic la cosa non piaceva affatto.
Nessuna donna, invece, voleva saperne di ‘It’s Raining Men’, portata al successo dalle Weather Girls nel 1982 dopo il rifiuto di Donna Summer, Cher, Diana Ross, Barbra Streisand, Chaka Khan e Gloria Gaynor. Il brano, diventato nel tempo un inno gay, è diventato nel 2001 il singolo di maggior successo della Spice Girl Gery Halliwell, in un videoclip di citazioni che vanno da Flashdance a Fame, non casuali: ‘It’s Raining Men’ non è molto diversa da ‘Fame (I Wanna Live Here Forever)’, interpretata da Irene Cara (la stessa di ‘Flashdance… What a Feeling’, e il cerchio è chiuso).

“BELLA LA VITA CHE SE NE VA”

Nella lunga storia di rifiuti ascrivibili alla canzone italiana – Annalisa che, al posto di Orietta Berti, avrebbe dovuto cantare ‘Mille’ (2021) e Noemi che rifiutò ‘L’essenziale’ (2013) sono le ultime ‘rivelazioni’ –, citiamo due dei casi più eclatanti. Il primo non è un rifiuto. Nel 1987, Gianni Nazzaro (1948-2021) si presentò al Festival di Sanremo con ‘Perdere l’amore’ e venne scartato; l’anno dopo, Massimo Ranieri vi tornò con la stessa canzone e vinse. Nel 1979 – e questa fu a tutti gli effetti una rinuncia – Gabriella Ferri si rifiutò di cantare ‘Il carrozzone’ (Pintucci/Evangelisti), amara riflessione su questa vita “un po’ mignotta” che si sposta di città in città “con le regine, con i suoi re”, come uno spettacolo itinerante. “‘Il carrozzone’ fu uno di quei treni che passano una volta nella vita”, dirà un giorno Renatino, per la gioia sua e quella dei suoi sorcini.

“SALTA”

Ecco un esempio di rifiuto autoinflitto. Fino al 1983 inserire il suono di un sintetizzatore in un brano hard rock equivaleva a entrare nella curva del Lugano con la sciarpa dell’Hcap. ‘Jump!’ , singolo col quale i Van Halen lanciarono l’album 1984, è sì brano noto per il “miglior assolo che io abbia mai composto” (cit. Eddie Van Halen, 1955-2020), ma nondimeno per uno dei più celebri riff di synth, suonato su di un Oberheim OB-Xa (nota per i feticisti dell’analogico). Quel riff si deve anch’esso al buon Eddie, che lo compose nel 1981 ispirato da ‘Kiss On My List’ di Hall & Oates, ma fu subito messo a tacere di comune accordo con la band per questioni di metallica dignità. I Van Halen cedettero poi alle pressioni del guru Ted Templeman, già produttore del loro primo album: la scelta di pubblicare ‘Jump!’ con il synth aprì a lotte intestine con l’allora frontman David Lee Roth, infastidito per la presunta deriva commerciale. Fu così che Van Halen e produttore lo invitarono a farsi un salto fuori dalla band.

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