Una vita violenta

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Di laRegione

Quello che raccontiamo nel nostro Approfondimento non è il frutto della fantasia macabra di uno sceneggiatore. Ma ha tutti gli elementi per esserlo. La storia di Daniella è una delle decine di migliaia che potremmo narrarvi, persone che tra gli anni Trenta e Ottanta del secolo scorso sono entrate nell’incubo dell’«internamento amministrativo», una privazione della libertà che veniva decisa dal Cantone non seguendo un regolare procedimento giudiziario, ma a discrezione di un’autorità amministrativa. Le conseguenze per molti di loro sono state catastrofiche: «Se fossi stata malata, arriverei ancora a capire. Ma io non ero malata, non ero pazza. Ero un po’ ribelle. Ma le ribelli non devi metterle giù là (all’Ospedale neuropsichiatrico di Mendrisio, ndr)», racconta Daniella, che ancora oggi non capisce perché la sua vita sia stata «castrata» e sottomessa alla volontà di autorità e persone che a parole dovevano proteggerla. Invece le hanno rubato l’infanzia, l’adolescenza e un’esistenza per quanto possibile normale. «Esteriormente forse hai una faccia, ma dentro di te molte cose sono andate a pezzi. Ho sempre cercato di trarne vantaggio, in qualche modo. Non so se ci sono riuscita. Credo di no», racconta Helena, anche lei internata, anche lei portatrice di violenze e di un dolore che nessuna autorità e nessun risarcimento potranno mai cancellare. Mai. Un sentito ringraziamento a Marco Nardone, ricercatore dell’Università di Ginevra e autore del contributo, e all’editore Casagrande per la preziosa collaborazione.

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