I tempi del dolore
Dopo una perdita si è spinti a rimettersi in fretta, ma corpo e mente non procedono alla stessa velocità della quotidianità. Il dolore non segue il suo ritmo incalzante, al contrario ha bisogno di lentezza, silenzio, ascolto, tempo e cura
Di Giovanni Luise
Quanto tempo occorre per superare la perdita di un proprio caro, ma anche un licenziamento, la fine di un’amicizia…? Siamo ancora in grado di affrontare una situazione dolorosa dall’inizio alla fine? Oppure la voracità della nostra quotidianità ci assorbe a tal punto da farci mettere da parte il dolore, che poi comunque salta fuori a tradimento?
Sappiamo bene di vivere in un tempo che non sa camminare, ma solo correre. Le giornate si accorciano sempre di più tra impegni, notifiche e scadenze che sembrano impellenti e determinanti per la nostra sopravvivenza. Troviamo spazio per tutto e per tutti, tranne che per il dolore.
Quando arriva una perdita, ci sentiamo costretti a “riprenderci in fretta” e a “tornare produttivi”; anche se spesso non sappiamo bene agli occhi di chi, dobbiamo mostrarci forti, nascondere il peso che ci portiamo dentro ed essere sempre… aspetta com’è quella parola che oggi va tanto di moda? Ah già… resilienti.
C’è questo bisogno di “funzionare” da subito, ma il corpo e la mente non procedono alla stessa velocità della routine quotidiana. Il dolore non segue il ritmo incalzante della comunità, al contrario ha bisogno di lentezza, di silenzio, di ascolto, di tempo, di cura.
La società con il suo incedere pressante ha contribuito a farci sviluppare l’abilità di fuga dal dolore, così ci appare normale tornare in trincea il prima possibile per raggiungere obiettivi sempre più sfidanti, provando a essere ancora più veloci e ancora più efficienti forzando così di fatto la guarigione e mascherando l’angoscia solo per “non rimanere indietro”.

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Lutti irrisolti
Con quale risultato? Spesso, la difficoltà di concedersi il tempo necessario per elaborare una perdita può complicare il processo del lutto e prolungare la sofferenza, facendola divenire in alcuni casi cronica; a ciò occorre aggiungere l’altra grande verità con cui dobbiamo fare i conti: la consapevolezza che il mondo continua a muoversi indifferente, come se nulla fosse accaduto.
Il lutto non riguarda solo la perdita di una persona amata, ma può essere la fine di una relazione, di un lavoro, di una fase della vita, e riuscire a dare “un nome al proprio vuoto” ci permette di riconoscerlo e accoglierlo. Parlare, scrivere, condividere ciò che si prova, sia con gli altri che con sé stessi, permette di alleggerire un peso che, se taciuto, rischia di trasformarsi in isolamento.
Il coraggio di fermarsi…
In questo mondo che vola, esercitiamoci a rallentare interiormente anche quando tutto intorno a noi sembra spingere nella direzione opposta, perché la soluzione per poter elaborare la sofferenza e per cominciare a rispettarla è proprio concederci il permesso di non tenere il passo, onorando i nostri tempi interiori.
Bisognerebbe quindi ricercare appena possiamo spazi di presenza accettando il fatto che il dolore non è un ostacolo alla vita, bensì una delle sue forme più profonde; in fondo, è solo imparando a fermarci che concediamo a noi stessi la possibilità di ricominciare.
… e trasformare il dolore
Abbiamo sempre considerato il lutto come qualcosa che “si supera”. Proviamo a cambiare prospettiva e a vederlo come qualcosa che “si trasforma”. Dentro di noi non morirà mai ciò che abbiamo amato: concediamo quindi alla perdita il tempo necessario per cambiare forma e riconfigurarsi. Imparando a integrarla nella nostra vita, riusciremo a portarla con noi senza che ci schiacci.
Rimaniamo presenti: se riusciamo a non concedere al passato il potere di trattenerci, l’assenza diventerà un’altra forma di presenza; la perdita non va a cancellare la vita, ma al contrario può, se elaborata, ampliarla e, come scrive lo psicoterapeuta americano William Worden, “il compito del lutto non è lasciar andare chi è morto, ma imparare a vivere con la sua assenza”.
Chi riesce a dar vita a questa trasformazione riscopre priorità dimenticate, relazioni più autentiche, nuovi stimoli e una maggiore consapevolezza delle proprie forze e fragilità.

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In un’epoca che rifiuta la vulnerabilità, prendersi il giusto tempo per stare nel dolore, per piangere, per ricordare, non è affatto una debolezza, ma al contrario è un atto di resistenza umana: il dolore non è un difetto da correggere, bensì una parte naturale della vita che va vissuta. La tristezza, la rabbia, la colpa, la confusione, la disperazione non sono nemiche da combattere, ma sono compagne di attraversamento.
Il grande passo è quindi rallentare, prendersi dei giorni per non fare nulla, e soprattutto smettere di fingere di stare bene; tutti questi sono gesti rivoluzionari in un mondo che non si ferma mai, nemmeno per le rivoluzioni.
Oscilliamo, senza timore. Sentiamoci persi, senza paura. Riconosciamoci deboli, senza per questo sentirci dei falliti. Perché è proprio ascoltando i nostri bisogni emotivi che avrà inizio la guarigione. Stiamo nel presente tra vuoti e momenti di sconforto, senza scappare. L’arte di restare, ecco che cosa dobbiamo imparare.
Dopo la morte
Universale ma non troppo
della redazione ticino7
Il lutto è un insieme di pratiche, rituali e sentimenti dolorosi che gli esseri umani legano alla morte di una figura cara, in generale, ed è studiato sia dall’antropologia sia dalla psicologia. Attraverso il lutto o meglio per mezzo della sua elaborazione (poiché di processo si tratta) vengono rielaborati emotivamente significati, vissuti e processi sociali legati alla perdita di una figura importante nella nostra vita.
Non c’è un manuale canonico che dia modalità e calendario di questo processo: non si può sapere quanto durerà e quanto sarà intenso, esso dipende da vari fattori, primo fra tutti il grado di legame affettivo e poi la soggettività dell’individuo che deve attraversarlo; non sono da meno le norme sociali della cultura di appartenenza. Essenzialmente, nella sua fase acuta, si legge nel Dizionario di medicina Treccani, il lutto, “in caso di perdite di figure relazionali primarie (genitori, figli, partner), viene completato entro 6-12 mesi, anche se non sono infrequenti possibili sequele nei periodi successivi”.
Sebbene non ci siano regole ferree, la psichiatra svizzera naturalizzata statunitense Elisabeth Kübler-Ross (1926 – 2004) ha elaborato un modello pionieristico a cinque fasi. Celebre è il suo libro On Death and Dying (1969), un testo fondamentale dedicato all’esplorazione psicologica delle fasi del morire, che ha introdotto, appunto, la sua teoria nota come Modello Kübler-Ross. Il modello, elaborato per comprendere le reazioni psicologiche delle persone cui viene diagnosticata una malattia terminale, è stato successivamente ripreso anche da psicoterapeuti nell’ambito dell’elaborazione del lutto. Non è tuttavia esente dalle critiche di altri studiosi.
Il modello è diviso in fasi, perché queste possono alternarsi e ripresentarsi o anche sovrapporsi in maniera non lineare. Eccolo in breve:
- negazione/rifiuto
- rabbia
- contrattazione/patteggiamento
- depressione
- accettazione
Per approfondire, un piccolissimo elenco di libri e film:
- Joan Didion, L’anno del pensiero magico: è il racconto autobiografico della morte improvvisa del marito, intrecciato alla grave malattia della figlia. Il libro restituisce il tentativo della mente di negare l’irreversibilità della perdita e di conservare un legame con chi non c’è più.
- Massimo Recalcati, La luce delle stelle morte: un saggio che affronta il rapporto con la perdita e la nostalgia, interrogandosi sulla possibilità di mantenere un legame con chi non c’è più.
- Nanni Moretti, La stanza del figlio (2001): mostra come la morte improvvisa di un figlio sconvolga una famiglia e come ciascun componente reagisca in modo diverso.
- Kenneth Lonergan, Manchester by the Sea (2016): rappresenta un dolore che non si lascia risolvere con una semplice riconciliazione con il passato.
