Di accolli mitologici e molestie divine
Un viaggio tra miti antichi e dinamiche fin troppo contemporanee
Di Marco Narzisi
Nella mitologia greca, si sa, gli dèi erano potenti, immortali e parecchio disfunzionali. Soprattutto quando si trattava di donne: inseguite, desiderate, rapite, violentate e, spesso, trasformate in qualcosa d’altro per sfuggire ai loro corteggiatori. Un viaggio tra miti antichi e dinamiche fin troppo contemporanee.
Per chi si trova a Ortigia, il noto e pittoresco quartiere di Siracusa, la Fonte Aretusa è una tappa obbligata: uno specchio d’acqua dolce a un passo dal mare, alimentato da una sorgente che sfocia poi nello Ionio, popolato da papiri e papere. Un luogo suggestivo a cui, fin dai tempi degli antichi Greci fondatori della città, è collegato un mito: nelle Metamorfosi di Ovidio si racconta infatti che Aretusa fosse una ninfa, cioè una divinità acquatica minore, che aveva avuto la sventura di imbattersi in quello che al giorno d’oggi, a voler essere buoni, potremmo definire un accollo (e a essere onesti, uno stalker).
Costui si chiamava Alfeo, ed era a sua volta un dio fluviale, patrono del fiume omonimo che si trova nel Peloponneso, in Grecia: e anche la sua fissazione (ciò che a volte qualcuno definisce discutibilmente “amore folle”) per Aretusa era tale che la malcapitata, esausta per le attenzioni non richieste, in sostanza le molestie, da parte di Alfeo, scappò in Sicilia, appunto a Ortigia, e chiese aiuto alla dea Artemide a cui era legata.
Trasformazioni come via di fuga
Ora, se il mito fosse ambientato ai giorni nostri, la dea probabilmente avrebbe mazzolato quel mandrillo di Alfeo, ma siccome ai tempi degli antichi Greci la concezione della donna non era esattamente progressista, Artemide risolse il problema trasformando Aretusa in una sorgente d’acqua. Un’idea che in effetti non era delle migliori: Alfeo a sua volta andò a piangere direttamente dal boss, Zeus, il quale, impietosito dal suo “dolore” (ma anche essendo a sua volta, come noto, un mandrillo olimpico) deviò il corso del fiume del suddetto, facendolo scorrere sotto lo Ionio fino a ricongiungersi con Aretusa.
E qui potete immaginare la povera Aretusa che guarda Artemide e, sospirando e con il sopracciglio alzato, esclama qualcosa come “Arté, io scappo da un dio acquatico e tu mi trasformi in una pozza? Ma sei deficiente?”. Per inciso, neanche la toponomastica lascia in pace la povera ninfa: indovinate come si chiama il lungomare che parte dalla piazza che ospita la Fonte Aretusa? Esatto, lungomare Alfeo…
Il mito di Aretusa, peraltro, non è l’unico di questo genere: nella mitologia greca, infatti, oltre alle storie di eroi valorosi come Eracle e Perseo esiste un sottobosco di racconti i cui protagonisti sono individui di genere maschile, pervasi da vari gradi di divinità, ma accomunati inevitabilmente dall’essere mossi da bassi istinti e turpi desideri verso il genere femminile, nonché incapaci di accettare un “no” da parte di una donna. E siccome stiamo parlando di dèi e semidèi, anche la loro insistenza raggiunge livelli olimpici, tali da costringere le malcapitate a ricorrere a mezzi estremi (in genere a proprio danno) pur di liberarsi di loro.
Accolli divini e soluzioni estreme
Uno dei più celebri, tale da essere scolpito da Gian Lorenzo Bernini, è quello di Apollo e Dafne, in cui il dio del sole si innamora perdutamente della naiade (ovvero una ninfa anch’essa acquatica), ma viene respinto: non perché, in verità, fosse brutto, ma in quanto il dio dell’amore Eros, deriso da Apollo circa la sua abilità con l’arco, aveva reagito con il classico senso dell’umorismo e l’assenza di permalosità tipici delle divinità olimpiche colpendo il collega divino con una freccia d’oro che lo fece invaghire di Dafne, e quest’ultima con una freccia di piombo che la induceva a respingere ogni tipo di attenzione amorosa.

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‘Apollo e Dafne’ (1622-25) celebre gruppo scultoreo del Bernini
Apollo, “ovviamente”, non accetta il “no” di Dafne e inizia a inseguirla, finché la sventurata chiede ai divini genitori, il dio fluviale Peneo e la naiade Creusa, di liberarla dall’accollo, e anche qui la soluzione non è prendere a ceffoni Apollo, ma trasformare Dafne in una pianta, l’alloro. La storia qua diventa un po’ meno morbosa in quanto, secondo il mito, Apollo, colpito dal sacrificio compiuto da Dafne pur di preservare la propria castità, decise di rendere l’alloro sempreverde e dichiararlo una pianta a lui sacra con cui adornare chi si rendeva protagonista di gesta gloriose ed elevate.
Poi ci sono Pan e Siringa
Un altro che invece non era mosso da amore, ma da incontrollabili appetiti sessuali era Pan, il dio dei boschi, ma anche (ma guarda un po’) della fertilità: la divinità satiresca voleva assolutamente possedere carnalmente la ninfa Siringa, al punto che quest’ultima (e tre) venne trasformata dalle naiadi in un canneto. E anche qua, abbiamo un uomo che non lascia in pace una donna neanche da morta: Pan, infatti, decise di raccogliere le canne in cui si era trasformata Siringa per crearne uno strumento a fiato a cui diede il nome della ninfa e che oggi conosciamo anche, appunto, con il nome di flauto di Pan.

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‘Pan insegue Siringa’ (1826) di Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson, 1826
Vale la pena di citare, infine, un mito in cui la vittima della violenza, ovviamente sempre una donna, viene addirittura punita. Tutti conoscono la storia di Medusa, la mostruosa Gorgone dalla testa colma di serpenti e dallo sguardo pietrificante uccisa da Perseo, ma pochi conoscono l’origine di quella aberrante forma.
Dolore per un’ingiustizia subita
Sempre secondo quanto scrive Ovidio nelle Metamorfosi, Medusa era infatti una bellissima ragazza, sacerdotessa consacrata alla dea Atena, nel cui tempio venne stuprata dal dio Poseidone (always a man). Ora, voi direte, Atena si incazza e fa il mazzo a tarallo a Poseidone. E invece no, la dea decise che la profanazione del suo tempio fosse più grave dello stupro e, forse pensando che Medusa un po’ se l’era cercata, magari perché indossava un peplo troppo corto, la punì conferendole l’aspetto per il quale è universalmente nota: un mostro reso tale non da un’innata natura malvagia, ma dal dolore per un’ingiustizia subita.
Una metafora, ante litteram, della colpevolizzazione delle vittime di violenza: ciò di cui, evidentemente, l’umanità non riesce a liberarsi fin da tempi remoti.

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‘Perseo con la testa di Medusa’ (1545-1554) scultura bronzea del Cellini
