Il sogno di Fiorella, tacchi a spillo comodi e vegani

Fiorella Erni racconta il suo cammino da negoziatrice per la Croce Rossa a Cheetah Stories, un progetto imprenditoriale sostenibile fra Ticino e Italia

Di Moreno Invernizzi

Mais, funghi, uva, arance… lavorati diventano un materiale resistente, flessibile e idrorepellente, fatto in gran parte con risorse rinnovabili, così sono le scarpe (rigorosamente con tacco a spillo) sognate da Fiorella Erni che, in passato, ha lavorato fra gli altri per il Comitato Internazionale della Croce Rossa, come negoziatrice.

La strada non è sempre tutta liscia e in discesa. Specie se è quella del nostro destino, che spesso segue un percorso tutto suo fatto di svolte e giravolte. Come quelle che hanno portato Fiorella Erni a lavorare in diversi Paesi per conto del Comitato Internazionale della Croce Rossa, prima di stabilirsi nel Locarnese e lì cominciare un capitolo tutto nuovo della sua vita fondando, con Martin Markovic, Cheetah Stories, label che produce un tipo di scarpa particolare, una sorta di unicum alle nostre latitudini. «Con questo marchio realizziamo scarpe con tacco alto e, soprattutto, vegan – sintetizza Fiorella, mentre tiene in mano una delle sue creazioni… work in progress –. Questa, su cui ho già fatto alcuni segni per possibili variazioni sul prodotto finale, è ricavata dal mais. Ma lavoriamo anche con funghi, uva e arance, per citare alcuni esempi. Le nostre scarpe sono ricavate da materie prime 100% vegane, ma al tempo stesso sono pure concepite per dare il massimo della comodità a chi le indossa».


© Cheetah Stories
Fiorella Erni

Verso la sostenibilità

Facciamo… un passo alla volta: comode in che senso, considerato che camminare con i tacchi a spillo non è certo l’esercizio più semplice e nemmeno il più salutare che ci sia? «Le nostre accurate ricerche ci hanno permesso di ridurre il carico di peso sulla parte anteriore del piede. Se abitualmente con un tacco a spillo siamo nell’ordine dell’80%, con un modello Cheetah Stories questa percentuale oscilla tra il 40 e il 60%: calo non da poco considerando che con una calzatura normale siamo nell’ordine del 20%. Insomma, scarpe vegane, sì, ma al tempo stesso anche comode».


© Cheetah Stories

Dalla pannocchia ai piedi il passo non è così evidente: come ci si arriva? «Il processo inizia estraendo l’amido dal mais industriale, che viene poi convertito in glucosio e fermentato per ottenere polioli bio-based. Questi vengono combinati con altri ingredienti per produrre poliuretano bio-based (Pu), che viene poi steso su un tessuto di supporto e goffrato per imitare le qualità visibili e tattili della pelle vera. Il risultato è un materiale resistente, flessibile e idrorepellente, fatto in gran parte con risorse rinnovabili, usato nella moda, nell’arredamento e negli accessori, riducendo l’uso di combustibili fossili e prodotti animali: in poco tempo la Green Technology ha davvero compiuto passi da gigante. Anche per questo ho deciso che fosse arrivato il momento ideale per lanciare il nostro prodotto. Forse non saremo ancora sostenibili al 100% col nostro prodotto finale (cotone e latex, completamente naturali, organici e certificati, dobbiamo per forza di cose importarli da altri Continenti), ma ci avviciniamo di parecchio. Per realizzare l’interno delle nostre scarpe impieghiamo ad esempio del latex completamente naturale, organico e certificato».


© Cheetah Stories
Erni e alcuni schizzi

Pochi ingredienti e… tanta pazienza

Cheetah Stories è un progetto, anzi un vero e proprio marchio, che ha la sua sede operativa a Minusio. Mentre la ‘mente’ riposa sulle rive del Verbano, il suo ‘braccio’ è a Vigevano, nella periferia a sud-ovest di Milano, dove vengono assemblate le creazioni prodotte con questo label. «Perché l’Italia? Beh, se per i profumi il Paese di riferimento è la Francia, l’Italia rappresenta una sorta di ombelico del mondo per quanto concerne l’alta moda».


© Cheetah Stories
Schwartz al lavoro

Per arrivare al prodotto finale sono necessari venti ‘ingredienti’, accuratamente selezionati tra una lista di tredici fornitori, che vengono poi assemblati a regola d’arte. C’è però anche un altro ingrediente di cui Fiorella non può più fare a meno nel suo ufficio, basato a Minusio: «La pazienza (ride, ndr). Ne devi avere tantissima quando sviluppi un prodotto. Perché ogni singola modifica significa mesi e mesi di lavoro: ci sono i campioni da realizzare e i test di verifica, che possono anche essere fatti e rifatti più volte… Ammetto che inizialmente ho faticato un po’ ad adattarmi a questo ritmo, ma poi ho capito che questo era un aspetto che non poteva cambiare, ma che andava semplicemente accettato. E così ho fatto…».

Fare la propria parte

Fiorella, come detto, non nasce però come imprenditrice nella produzione di scarpe vegane. Il percorso che l’ha portata sino a qui ha anzi preso tutt’altre strade: «Io ho studiato etnologia e letteratura araba e swahili a Zurigo, dopodiché ho conseguito il master in Studi sul conflitto a Ginevra, cosa che mi ha portato a lavorare all’estero in ambito di diversi progetti per conto del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Sono stata a Gaza e successivamente in Libano, Siria, Sud Sudan e Congo. Poi sono tornata a Ginevra, per specializzarmi nelle negoziazioni con attori armati. In parallelo ho conseguito l’Mba in Hospitality Management a Losanna. Quando ho finito, mi sono detta che ero pronta per fare il grande passo e aprire la mia azienda, che era un po’ il sogno che avevo nel cassetto. E voilà, eccomi qui ed ecco Cheetah Stories, che abbiamo fondato io e Martin Markovic, con cui ho lavorato nel Sud Sudan e che si occupa in particolare di logistica, finanza e risorse umane».

E aggiunge: «Col tempo si sono poi aggiunte altre persone, una per tutti gli aspetti concernenti il marketing, una come responsabile della produzione e un consulente. Guardando al mio percorso, benché possa sembrare tortuoso, vedo una certa logica: lavorare in ambito umanitario è un po’ come fare il ‘pompiere’. Quando ero in posti come il Congo, ad esempio, ho visto con i miei occhi cosa voglia dire lo sfruttamento della terra per ricavarne preziose risorse. Ecco, lì qualcosa dentro di me ha fatto clic e mi sono decisa a fare la mia piccola parte per cambiare un po’ il nostro modo di vivere e le nostre abitudini. Soprattutto nel campo della moda, fra le più grandi fonti di inquinamento a livello mondiale».


© Cheetah Stories

«Inoltre, da settembre ci avvaliamo anche di un credit designer molto noto nel mondo della moda, con cui contiamo di fare un ulteriore salto di qualità: Mark Schwartz, artista designer che ha lavorato pure con Andy Warhol, e ha disegnato scarpe per star come Madonna, Lady Gaga, Julia Roberts e via discorrendo. La cosa buffa è che è stato lui, figlio fra l’altro di un padre vegano, che si è messo in contatto con noi! Sostenibilità ed etica erano temi che gli sono sempre stati a cuore, per cui si è subito mostrato entusiasta alla prospettiva di chiudere la sua lunghissima carriera artistica collaborando con un progetto come Cheetah Stories», chiosa.

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