Il mistero del barbagianni

Volto a cuore e volo silenzioso, il rapace notturno è avvolto da un immaginario negativo dovuto a cultura e mentalità superstiziose

Di Valentina Grignoli

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.

Sarà per il candido volto a cuore, il volo silenzioso e il mistero che emana che ho sempre collegato il barbagianni alla neve. Non alla notte, non alla sventura, né tantomeno alla paura, ma a qualcosa che, nella magia immobile di un pomeriggio di neve, penetra il tempo e lo spazio e va oltre l’apparenza. Come il suo sguardo, che qualcuno definisce ‘civettato’, occhi grandi fissi che penetrano nell’oscurità e vanno oltre. Sebbene sia un animale notturno e crepuscolare, proprio d’inverno, in occasione di giornate innevate, il barbagianni si fa vedere anche di pomeriggio. E quindi, chissà che un giorno io abbia avuto una visione di quel bianco volto a cuore, di cui ora non rimane che qualche candido fiocco come ricordo, silenzioso come il suo volare.

Chi è il barbagianni, perché ci fa tanta paura e come mai è una specie a rischio nonostante sia un superpredatore? Tyto alba, questo il suo nome scientifico, appartiene alla famiglia dei Tytonidae ed è l’unico rappresentante di questa specie particolare in tutta Europa. Il nome specifico alba si riferisce al candido piumaggio e deriva dal latino albus, bianco. Rispetto al nome comune barbagianni, invece, abbiamo due possibilità. Potrebbe derivare dall’unione di barba (‘zio’ in alcuni dialetti del Sud) e Gianni (diminutivo di Giovanni), uno ‘zio Giovanni’ che lo rende più familiare e al contempo ci ricorda un vecchio parente che russa o borbotta, o che ha una qualche funzione tutelare. Ma spingendoci ancora più in là, e attenendoci alla sua fisionomia, la barba potrebbero essere quelle penne fulvo rossicce che disegnando un cuore stanno attorno ai suoi occhi, per esteso guance, in latino gena appunto.


© Depositphotos

Il volto è il tratto distintivo di questo rapace di 35 centimetri, un disco a forma di cuore con due occhi scuri e frontali. Altra caratteristica è il suo volo completamente silenzioso, con un’apertura alare attorno ai 90 centimetri. Vive ai margini in tutti i sensi: fienili, campanili, cascine, ruderi. Luoghi sospesi tra umano e selvatico. Se ne va a spasso per i cimiteri. Caccia di notte piccoli roditori, micromammiferi come arvicole, topi e toporagni, insetti, ma anche roba più forte tipo talpe, grazie a un udito finissimo. Possiede uno dei sistemi sensoriali più raffinati del mondo animale e un’efficace vista crepuscolare, due qualità che gli permettono di sopravvivere al buio.

Immaginario superstizioso

E chi vive la notte da secoli e secoli, abitando i nostri incubi, stuzzicando la nostra fantasia e simboleggiando un lato oscuro e sconosciuto? Non c’è da stare a pensarci troppo: fantasmi, spiriti, streghe, vampiri e via dicendo. Perciò da sempre questo animale è relegato, come altri suoi compagni di sventura, tra coloro da cui tenersi lontano, che la vista porta male e che preannuncia solo disgrazie. L’animale del cattivo presagio insomma. E invece…

Come sempre le superstizioni nascono dall’esperienza insolita ripetuta, nell’accostare un essere a un evento o a un luogo, costruendo ponti e voli pindarici che l’immaginazione è tanto brava a sostenere. Quindi eccomi a smontare le credenze, o perlomeno a cercare di comprenderle, e a riabilitare questa specie animale che, per altri motivi ben più concreti delle dicerie, è a rischio di estinzione.

Il barbagianni preannuncia veramente la morte di qualcuno come molti pensano? No. Ma certo in passato lo si poteva avvistare molto facilmente intorno alle case dei defunti. Un tempo le veglie al morto avvenivano in casa, giorno e notte. Per questo candele e lanterne illuminavano le tenebre sino all’alba, attraendo un gran numero di insetti e pipistrelli. Come lasciarsi sfuggire – parlo per il barbagianni ovviamente – un tale facile banchetto? Ecco quindi che lo si vede volare la notte intorno alla casa di tizio, e poi di Caio: uno più uno, è molto più rassicurante credere che sia arrivato prima l’uccello della falce.

Il barbagianni è poi bianco, il suo volo è silenzioso, e la notte può apparire come un fantasma, dal volto quasi umano, e poi sparire veloce. Il suo verso, altrettanto improvviso, stridulo, come una risata maligna, irrompe nel silenzio durante le ore più fragili, quelle in cui siamo più vulnerabili. Gli spaventi e i pallori che avrà causato alla gente ne hanno aumentato la mala fama. Nel mondo contadino, sentire il suo richiamo durante una veglia significava dare un suono all’angoscia già presente. E i cimiteri? Beh, non è un mistero che fossero abitati, spesso e volentieri, dai topi, cibo prelibato.


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Credenze antiche

Storia e letteratura ci possono dire di più: con il Medioevo questa percezione si irrigidisce. La notte diventa il tempo del peccato, dell’errore, dell’eresia. Gli animali che vedono al buio son per forza sospetti. Nella letteratura, il barbagianni raramente viene chiamato per nome: vive confuso con civette, gufi e strigi (strix latina), riconoscibile più dal suo grido che dalla sua forma. Ma è sempre lui. Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, descrive la strix come uccello di cattivo augurio, capace di annunciare sciagure. Come le comete o certi sogni, il rapace notturno entra nel catalogo dei segni da temere.

Nell’Inferno di Dante, la civetta (ma anche qui potrebbe essere il nostro barbagianni) è associata alla notte dell’anima, il momento in cui la vista si fa incerta e il cammino pericoloso. Giovanni Pascoli poi lo tratta come presenza sonora prima che visiva: un canto che attraversa il buio e risveglia un’angoscia primitiva, infantile e insieme adulta (leggetevi La civetta, dalle Myricae).

Anche nel teatro elisabettiano, il nostro Shakespeare ha contribuito alla sua pessima reputazione, con quell’owl generico che racconta il sigillo del male compiuto, che urla nella notte dell’assassinio del re in Macbeth, sebbene non provochi l’evento, ma lo accompagni.

Il linguaggio di oggi, va da sé, conserva queste tracce. ‘Gufare’ vuol dire portare sfortuna, il ‘barbagianni’ è colui che rimane solo, a borbottare (questo per il suo verso), e guai a te se lo vedi la notte.

Povero barbagianni, ricordiamoci di tutto questo gran ricamare sulla sua persona, o meglio essere animale, perché in realtà, come molte altre specie, è proprio a causa nostra a rischio d’estinzione. Frammentazione degli ambienti naturali, agricoltura intensiva, pesticidi, aumento delle infrastrutture, inquinamento luminoso, ecco che tutta questa civiltà, ancora una volta, tiene lontano il mistero.

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