L’era del masterizzatore

Quando ancora non esistevano le piattaforme di streaming audio (e video), per ascoltare musica senza spendere troppo ci si arrabattava con CD masterizzati

Di Marco Narzisi

C’è stato un tempo in cui per ascoltare musica o guardare un film non bastava un clic. C’era bisogno di un CD o di un DVD, di copiarlo, scegliendo con cura cosa metterci sopra e… sperare che il masterizzatore non decidesse di mandare all’aria l’opera incisoria. Prima dello streaming e delle librerie digitali, la tecnologia passava ancora da supporti fisici, talvolta condivisi, copiati, spesso tutt’altro che legalmente…

Provate a nominare a qualcuno nato negli anni Duemila il masterizzatore. Nella migliore delle ipotesi penserà a un qualche attrezzo bizzarro da cucina, in certi casi potrebbe presumere di avere a che fare con un appassionato di fantascienza, sbagliando in questo caso di poco in quanto è ormai di archeologia tecnologica che si parla. Chi invece c’era negli anni in cui Spotify, Netflix e compagnia bella non erano ancora nemmeno all’orizzonte ricorderà benissimo quel dispositivo, generalmente integrato nei PC fissi, che ha reso possibile (in modo in gran parte illegale, è bene precisarlo), l’accesso a musica, film e programmi a chi non aveva la disponibilità economica di comprare gli originali.

Con buona pace dei diritti d’autore

Si trattava di nient’altro che un lettore CD/DVD in grado di scrivere dati su supporti vergini, in modo, in questo caso, sostanzialmente analogo a una chiavetta USB, ma con una differenza evidente: il disco creato in questa maniera non era poi modificabile, salvo sovrascriverlo utilizzando supporti riscrivibili, in generale poco diffusi. Ben presto quello che doveva essere semplicemente uno strumento per archiviare dati sgravando gli hard disk dei PC, ancora poco capienti, incrementò in modo esponenziale il fenomeno della pirateria audio/video. Il tuo amico aveva comprato l’ultimo CD dei Pearl Jam, ma tu eri troppo povero per permettertelo? Bastava farselo prestare, comprare per pochi spiccioli un CD vuoto, trovare un amico col masterizzatore (nel caso non lo si possedesse) e voilà, il CD era copiato in pochi minuti. Con buona pace dei Pearl Jam e dei loro diritti d’autore.

A compiere materialmente l’operazione ci pensava uno dei software più iconici di quegli anni, Nero Burning Rom (con un plauso a chi comprende il gioco di parole): croce e delizia per chi lo utilizzava, in grado di monopolizzare l’intero PC per un tempo variabile da pochi minuti a qualche ora, nonché di bloccarsi e crashare a piacimento durante la copia declassando il CD vergine a sottobicchiere luccicante.

Uno spazio fisico

L’arrivo dei software di download di file, fra cui il già celebrato eMule, accelerò successivamente l’evoluzione del mondo del “pezzotto”: divenne presto possibile non solo copiare i CD e DVD, ma memorizzare su di essi i file dal PC che potevano essere riprodotti su lettori compatibili, sia per i file audio in MP3 sia per i file video nel famoso (o famigerato) formato DivX, più leggero del DVD. Tutti noi di una certa età ricordiamo dischi pieni di intere discografie di artisti o le prime vere e proprie compilation personalizzate, con la differenza che se oggi inserire o togliere i brani sulle piattaforme musicali è a portata di clic, nel caso dei CD l’operazione comportava molto più tempo, dovendo scegliere fra centinaia di file MP3 memorizzati sul proprio PC, e rendeva spesso necessari dolorosi sacrifici di un pezzo a vantaggio di un altro per far stare tutto dentro i 700 MB di un CD o i 4 GB di un DVD. Senza considerare l’inevitabile circostanza in cui il disco finiva per graffiarsi o diventare improvvisamente illeggibile per un qualsiasi motivo.

La musica o il cinema all’epoca del masterizzatore riempivano, infatti, uno spazio fisico: si andava in giro in macchina con le borsette porta-CD e si tenevano in casa scaffali interi di DVD con film scaricati, vere e proprie videoteche totalmente abusive, in alcuni casi con film di qualità discutibile perché eMule e gli altri software di download fornivano solo quelle versioni. DVD che poi, neanche a dirsi, a volte sparivano nei meandri delle case degli amici a cui li si prestava. Questa fisicità del supporto, unita a una certa fragilità e scarsa flessibilità (CD e DVD una volta usati non erano più modificabili) fu probabilmente uno dei principali fattori che posero fine all’epopea del masterizzatore: la diffusione dei lettori MP3 e di hard disk esterni sempre più capienti, oltre che dei dispositivi in grado di leggere direttamente dai supporti USB, resero rapidamente obsoleti CD e DVD, ormai troppo scomodi da portare in giro.

L’avvento delle piattaforme streaming

Infine, come per eMule e i software di download di file torrent, l’affermarsi delle piattaforme di streaming audio e video come Netflix e Spotify liberò gli utenti dalla necessità di immagazzinare migliaia di megabyte di musica e audio, dando la possibilità di accedere a un catalogo pressoché infinito a costi contenuti. Non era più necessario passare ore a scaricare i file, con il rischio di trovarsi sul PC un film porno al posto di un classico Disney, né di selezionare con cura i brani da inserire in compilation, al punto che i lettori CD e DVD sparirono persino dai PC portatili.

Il masterizzatore, infine, andò pacificamente in pensione, e con lui una vera e propria epopea, che, ribadiamolo, era tuttavia fondata quasi totalmente sulla pirateria audio-video e dunque sulla sottrazione di introiti in termini di vendite e diritti d’autore per i creatori delle opere. CD e DVD rimangono oggi come oggetti quasi d’antiquariato, superati persino dal vinile che, rispetto ai supporti digitali, ha quel non so che di vintage che conquista sempre.

A noi rimane il ricordo di quegli anni in cui bastava un minimo scossone, un lievissimo calo di corrente per trovarsi di fronte al messaggio più temuto: “Masterizzazione fallita”. E ritrovarsi, infine, con degli splendidi sottobicchieri argentei.

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