Veleno di serpente, stilla a Bangkok
Nella capitale thailandese esiste uno dei più grandi centri al mondo specializzati nell’estrazione del veleno, utile per gli antidoti
Di Fabio Polese
Nella capitale thailandese, da circa cento anni, esiste uno dei più grandi centri al mondo specializzati nell’estrazione del veleno dei serpenti per produrre antidoti. Un luogo aperto anche al pubblico, dove si tengono altresì corsi per imparare a fronteggiare i rettili e prevenire così i morsi fatali.
Motorini ovunque. Tagliano la strada alle auto, si infilano in ogni varco possibile. Li seguo con lo sguardo dal taxi, bloccato in un traffico impressionante. Fuori, il caldo è afoso, non dà tregua. Dentro, l’autista spara l’aria condizionata al massimo. Sono a Bangkok, Krung Thep per chi ci vive, la «città degli angeli». Capitale della Thailandia, dieci milioni di abitanti nel cuore del Sudest asiatico che non si ferma mai.
Un’antica danza
Sto andando al Queen Saovabha Memorial Institute, il centro della Thai Red Cross Society specializzato nell’estrazione del veleno dei serpenti per la produzione di antidoti, fondato nel 1922 per volontà del principe Paribatra Sukhumbhand. La struttura, la prima in Asia e la seconda al mondo, è enorme. Giardini curati si intrecciano con reparti di pronto soccorso, sale espositive, laboratori di studio, spazi per dimostrazioni e aree per le esercitazioni.

© Fabio Polese
All’aperto si tengono corsi di addestramento. Gli istruttori mostrano a poliziotti, vigili del fuoco e associazioni come affrontare i serpenti. «Insegniamo come trattarli», dice un volontario. «Qua a Bangkok, soprattutto in periferia, capita spesso di trovarseli in casa. È fondamentale saperli gestire» aggiunge, mentre un cobra reale – il più lungo serpente velenoso al mondo – viene fatto uscire da un contenitore. Striscia sull’erba. In pochi istanti si solleva e gonfia il cappuccio, pronto a colpire.

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Un istruttore lo osserva in silenzio. Gli gira intorno, il corpo allineato al ritmo del serpente. Sembra anticipare ogni mossa. In mano ha un bastone con un laccio in cima. «Serve – mi spiegano – a bloccarlo, per tenerlo sotto controllo». Dopo poco lo cattura con un gesto secco. Poi tocca agli altri. Il primo è un pompiere, avrà poco più di quarant’anni. Serve più tempo, più attenzione. Ma anche lui riesce a prenderlo. La scena si ripete. Qualcuno fatica, altri meno. L’istruttore è sempre lì, a pochi passi, pronto a intervenire.
Non è la prima volta che vedo un cobra, né la prima che assisto alla sua cattura. Ma l’ultima volta era libero, in piena notte, nella giungla del Myanmar. Ero con i guerriglieri Karen, che da oltre settant’anni combattono per la loro autodeterminazione. Un ragazzo lo ha afferrato a mani nude, dopo una danza lenta e silenziosa, fatta di sguardi e attese. Una sfida antica, durata minuti, che sembrava più un rito ancestrale che un confronto.

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Decine di migliaia di morti all’anno
Ma la storia alla Thai Red Cross Society è diversa: i serpenti velenosi vengono studiati per sviluppare antidoti efficaci contro gli attacchi, ancora diffusi in tutto il mondo. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, i morsi causano quasi 100mila morti ogni anno. Il maggior numero di vittime si registra in Asia e nell’Africa subsahariana, spesso in aree rurali, dove l’accesso alle cure è limitato. In Thailandia, le ultime statistiche pubblicate una decina di anni fa dalla divisione di tossicologia della Chulalongkorn University di Bangkok, segnalano oltre ottomila attacchi ogni dodici mesi, con circa un centinaio di vittime.

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In Europa vivono diverse decine di specie di serpenti, ma solo poche sono realmente velenose. In Svizzera, in particolare, ce ne sono otto, e solo due sono potenzialmente pericolose: la vipera berus – conosciuta anche come marasso – e la vipera aspis, l’aspide. Entrambe si trovano in ambienti montani o collinari, spesso in zone poco frequentate dall’uomo.
Il marasso è presente soprattutto nelle Alpi, tra i 1’000 e i 3’200 metri di altitudine, mentre l’aspide può spingersi anche più in basso, a partire dai 200 metri. Non sono serpenti aggressivi: tendono a fuggire se percepiscono vibrazioni o rumori. Il morso, sebbene doloroso e potenzialmente pericoloso, è raramente letale, soprattutto se si interviene rapidamente con cure mediche. Le altre sei presenti sul territorio elvetico sono completamente innocue. Anzi, svolgono un ruolo importante nell’equilibrio degli ecosistemi.
Didattica e sensibilizzazione
Dopo la dimostrazione pratica di cattura, mi sposto all’interno della struttura, dove si trovano trentacinque specie di rettili. Dal cobra siamese alla vipera malese. Tutti serpenti presenti in Thailandia. Questa zona è aperta al pubblico e ospita uno spettacolo quotidiano pensato per far conoscere le diverse tipologie. C’è un museo, con sale multimediali che illustrano il ciclo vitale dei serpenti, la loro anatomia e gli effetti del veleno sul corpo umano. Qui è possibile assistere anche al processo di estrazione.

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In una stanza separata da una vetrata di sicurezza, tre ricercatori lavorano indossando caschi con visiera, per proteggersi da eventuali morsi. Tutto il procedimento avviene ancora oggi in modo manuale. Il serpente morde una membrana e il liquido che ne esce viene raccolto in una provetta sterile. La mano del ricercatore preme sulle ghiandole velenifere – che possono contenere oltre mille molecole diverse – per estrarne il veleno. Poche gocce, ma letali. E fondamentali per la produzione degli antidoti.

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«Questa è solo la prima fase che ci permette di produrre farmaci», spiegano durante la dimostrazione. Solo dopo una lunga serie di test, che ne certificano sicurezza ed efficacia, il siero viene distribuito agli ospedali. Si tratta di traguardi sanitari essenziali, frutto di formazione specializzata e aggiornamenti continui. Ed è proprio l’incessante attività di ricerca, studio e sperimentazione svolta da istituti come il Queen Saovabha Memorial di Bangkok a permetterci oggi di avere una possibilità concreta di convivere con queste affascinanti creature.

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