La resistenza del popolo saharawi all’occupazione

Da metà anni 70, la popolazione del Sahara Occidentale lotta per l’indipendenza della sua terra, occupata in larga parte dal Regno del Marocco
Di Clara Storti
Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione
Il campo profughi di Tindouf, nel Sud-est dell’Algeria, dove vivono in condizioni critiche quasi duecentomila persone appartenenti al popolo saharawi, compie quest’anno 50 anni, segnando un triste anniversario. Parte della popolazione è stata costretta a lasciare il Sahara Occidentale a causa dell’occupazione del Regno del Marocco. La questione saharawi impegna i tavoli internazionali da diversi decenni e anche la Svizzera è sensibile alla risoluzione: una delegazione parlamentare si è recata laggiù per conoscere le condizioni di vita degli esuli.
Tutto ciò che desidera è una vita normale nella propria terra, il Sahara Occidentale. Buona parte di quella terra però è occupata dal Regno del Marocco e una fetta consistente della popolazione saharawi, che reclama quel territorio, vive esiliata in un luogo arido e duro, non a caso noto come “Il giardino del diavolo”.
© Lucia Tramèr
Nel campo profughi
Ci troviamo in Algeria, a sud-est di Tindouf, nei campi rifugiati dove abitano circa 180mila profughi saharawi, si tratta di una stima approssimativa che dà spesso adito a controversie, a dipendenza di chi la comunica e degli interessi che ha nel farlo.
Le condizioni di vita nell’hammada algerina, lo evidenziano le organizzazioni umanitarie, sono molto critiche per quanto concerne i bisogni essenziali, anche perché quel territorio è caratterizzato da condizioni climatiche estreme, con escursioni termiche notevoli e numerose tempeste di sabbia. Nei campi, donne, uomini e bambini vivono in tende o in modeste abitazioni costruite in mattoni e sabbia: agglomerati privi di rete idrica, sopperita dalle cisterne rifornite dall’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) in collaborazione con il Ministero dell’acqua e dell’ambiente della Repubblica Democratica Araba dei Saharawi. La popolazione dipende dagli aiuti internazionali per abbigliamento, acqua potabile e cibo, assicurato dal Programma alimentare mondiale (Pam) che distribuisce panieri alimentari: «Nel 2024 sono stati oltre 133mila, per 1’499 calorie giornaliere per persona; nettamente al di sotto del fabbisogno minimo in caso di situazione di vulnerabilità», sottolinea l’avvocata Lucia Tramèr (copresidente del Comitato svizzero romando di sostegno al popolo saharawi, membro dell’associazione Ader/s), tornata di recente da un viaggio in Algeria. A dispetto degli aiuti, l’alimentazione è però poco variata ed è carente di frutta, verdura e carne (non presenti nel paniere), causando anemia in bambini e donne. Fra la popolazione, è dichiarato puntualmente, sono stati segnalati numerosi casi di malnutrizione severa. Inoltre, ad aggravare la situazione e la quotidianità delle persone c’è la diminuzione dei fondi a disposizione del Pam con la relativa riduzione del 30% del paniere alimentare, come riferisce Tramèr. Ma non è tutto, perché «anche la Svizzera ha ridotto il suo contributo (da 1,8 a 1,5 milioni di dollari)» e, come se non bastasse, da cinque anni il conflitto tra il Fronte Polisario e il Regno del Marocco è riesploso, soprattutto nel Nord del Sahara Occidentale, lungo il cosiddetto muro della vergogna, dopo oltre trent’anni di cessate il fuoco.
Una lunga guerriglia
Le carte in tavola sono tante (forse troppe) e vanno messe in ordine. Sono quindi doverosi alcuni passi indietro per contestualizzare. Chi legge tenga presente che si sta semplificando parecchio.
Il primo grande passo a ritroso ci porta alla fine del XIX secolo quando quella striscia di terra sull’Atlantico diventa colonia della Spagna che, nel corso del Novecento, ne definisce i confini: a nord con il Marocco, con l’Algeria a nord-est e con la Mauritania a est e sud. Tante sono state le vicissitudini che hanno portato il Sahara Occidentale a essere conteso fra spagnoli, mauritani, marocchini e saharawi, rappresentati dal Fronte Polisario (sciogliendo la sigla: Fronte di liberazione popolare di Saguia el Hamra e del Río de Oro), fondato nel 1973. Nel febbraio di tre anni dopo, lo stesso Polisario ha proclamato la Repubblica Democratica Araba dei Saharawi, rivendicando i diritti su quella terra, riconosciuta dall’Unione africana e da diversi Stati che la compongono, nonché da Venezuela, Cuba, Algeria, Sudafrica ecc., ma non dall’Onu, che l’ha inserita nella lista dei territori “non autonomi, in attesa di un processo di decolonizzazione”.
Sin dalla sua fondazione, l’organizzazione militare e movimento politico (che controlla più o meno il 20% del territorio, in un’area praticamente deserta) ha quale obiettivo l’indipendenza del Sahara Occidentale. Negli anni, ciò ha condotto il Polisario allo scontro con il Marocco, che nel 1975 aveva invaso il territorio militarmente e illegalmente, costringendo la popolazione civile a scappare e a rifugiarsi, dapprima in campi profughi improvvisati sul territorio controllato dal Polisario e in seguito in Algeria. Dall’invasione, il Marocco controlla l’80% della terra, «sostenuto e armato da Francia, Stati Uniti, Israele e Spagna». Questa complessa e sanguinosa lotta è andata avanti fino al 1991, quando è stato decretato il cessate il fuoco con la programmazione di un referendum per l’autodeterminazione (la scelta è fra l’indipendenza o l’integrazione al Marocco), il cui svolgimento è affidato dalle Nazioni Unite alla missione Minurso, prolungata ad oggi, perché il suddetto referendum non ha avuto luogo, a dispetto delle innumerevoli decisioni dell’Assemblea generale e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite circa il diritto dei saharawi all’autodeterminazione.
© Wikipedia
In rosso il cosiddetto muro della vergogna o Berm
Il muro della vergogna
Le barriere erette nel mondo alla caduta del Muro di Berlino (1989) si contavano sulle dita di due mani e fra queste c’era già il Muro del Sahara Occidentale. In Nordafrica, il cosiddetto muro della vergogna (o Berm) è un lunghissimo manufatto che misura oltre 2’720 chilometri con campi minati (è il più lungo al mondo dopo la Muraglia Cinese), fatto costruire dal Marocco a partire dal 1982 nel territorio conteso e controllato da decine di migliaia di soldati marocchini: il suo attraversamento è impossibile. Le ragioni dello Stato monarchico sarebbero strategico-difensive, tuttavia sembrerebbero più che altro interessi economici a motivarne la ragion d’essere: il territorio occupato è particolarmente ricco di fosfati (di cui il Paese, anche grazie alle miniere presenti nel Sahara Occidentale conteso, è il secondo produttore al mondo) e la costa atlantica è considerata una delle più pescose. Senza grandi giri di parole, il Regno ne sfrutterebbe dunque le risorse naturali, «in violazione del diritto internazionale e delle decisioni dell’Assemblea generale e del Consiglio di Sicurezza dell’Onu», evidenzia Tramèr.
Nei campi profughi a Tindouf
Torniamo in Algeria, uno dei più vecchi alleati del popolo saharawi. La Repubblica semipresidenziale ha concesso lo status di zone autonome ai cinque campi profughi che, a dispetto della consuetudine, sono autogestiti dalla Repubblica saharawi, replicandovi la struttura amministrativa del Paese originario: ogni campo è una wilaya (provincia), suddivisa in una manciata di daïra (circoscrizioni) a loro volta divise in quartieri, dove «la solidarietà è impressionante», testimonia l’avvocata.
© Lucia Tramèr
Sulla carta, un campo profughi dovrebbe avere una durata temporanea, tuttavia – e questo è il nostro caso – talvolta la situazione assume uno statuto eccezionale trasformandosi in una condizione cronica, basti pensare proprio agli esuli saharawi che abitano il campo algerino dal 1975.
Una ferrea volontà
Ora facciamo un vertiginoso salto temporale che ci riporta nel 2025. A fine gennaio di quest’anno una delegazione elvetica del gruppo parlamentare Svizzera-Sahara Occidentale (ne fanno parte i consiglieri nazionali: Fabian Molina, Christine Badertscher, Andreas Meier, Brigitte Crottaz e Laurence Fehlmann Rielle) si è recata nei campi profughi a Tindouf accompagnata fra gli altri da Tramèr, al fine di conoscere la situazione di quella parte di popolazione saharawi costretta a vivere in condizioni precarie, incontrare la società civile e discutere con i rappresentanti politici, che hanno ribadito «la ferrea volontà di ritornare alla terra che è stata loro rubata». Un percorso che i saharawi non portano avanti combattendo unicamente al fronte, ma che preparano anche nelle scuole dei campi profughi: «La Repubblica, da sempre, dà molta importanza all’educazione e all’insegnamento, non è un caso che sia al secondo posto fra i Paesi africani con il maggior tasso di alfabetizzazione».
Così, anche le rivendicazioni portate sul piano internazionale hanno quale scopo la risoluzione della loro causa, per questo motivo al nostro Paese domandano «più solidarietà e ai parlamentari è stato chiesto di denunciare il saccheggio da parte del Marocco delle loro risorse naturali e di denunciare le gravi violazioni dei diritti umani che avvengono giornalmente nei territori occupati», riferisce l’avvocata.
Dal canto suo, «per la delegazione parlamentare è chiaro che la Svizzera, in quanto depositaria delle Convenzioni di Ginevra, ha il dovere di impegnarsi per denunciare con forza le violazioni del diritto internazionale ovunque esse avvengano, nonché tutte le violazioni dei diritti umani senza distinzioni di sorta». Inoltre, continua Tramèr riportando le impressioni dei parlamentari, «è altrettanto evidente che la Svizzera dovrebbe sospendere ogni cooperazione economica con il Marocco, in ogni caso finché quest’ultimo non autorizzerà il Comitato internazionale della Croce Rossa a visitare i prigionieri saharawi rinchiusi nelle prigioni marocchine, perlopiù in modo arbitrario, senza un processo equo che rispetti i diritti fondamentali».
© Lucia Tramèr
La delegazione Svizzera-Sahara Occidentale