United Roads of America. Ecco la bestia nucleare

Il Titan Missile Museum si trova nel deserto del sud dellʼArizona, semi-nascosto tra i cactus. Se volete capire cosa era la Guerra Fredda, venite con noi

Di Emiliano Bos

Pubblichiamo un articolo apparso sabato su Ticino7, allegato a laRegione.

Il benvenuto è un’ogiva grande come due frigoriferi. È la replica della ‘W53’, la più potente bomba atomica mai montata su un missile intercontinentale americano all’epoca. Era pari a 9 megatoni di esplosivo (TNT-equivalente, ndr), superiore a tutti gli ordigni sganciati durante la Seconda guerra mondiale, comprese le due bombe su Hiroshima e Nagasaki. Accanto, una mappa interattiva mostra la sua potenza devastatrice: “distruzione di 900 miglia quadrate”. Cioè poteva radere al suolo e rendere inabitabile un quadrato di quasi 50 chilometri per lato, grande come tutta New York, Washington o Mosca… Qui di fianco – sotto una teca di vetro – è esposta la copia della bomba: un involucro cilindrico di metallo, lungo circa tre metri. 
Siamo nel deserto del sud dell’Arizona, a meno di un’ora d’auto dal confine col Messico. E a pochi minuti da quello con la fine del mondo. In epoca di guerra fredda, sarebbe partito anche da qui l’eventuale attacco – o la risposta – degli USA all’allora Unione Sovietica. Brividi freddi sono corsi lungo la schiena di molti esperti durante l’amministrazione Trump, per il timore di una nuova corsa al riarmo nucleare. Con Biden invece sembrerebbe un nuovo inizio. Nel vero senso della parola: “New Start” è il nome del trattato sul limite reciproco di armi nucleari tra USA e Russia sottoscritto dieci anni fa. È scaduto il 5 febbraio scorso. Ma il nuovo presidente americano e Vladimir Putin hanno deciso di estenderlo di 5 anni. Pericolo atomico rinviato di un altro lustro. 


© Emiliano Bos
Sulla strada verso il Messico…

Nelle viscere della Guerra Fredda 

Adesso scendiamo nel bunker sotterraneo dove si trovano la rampa di lancio di uno di quei missili. Questo era il complesso ‘571-7’. Oggi è il ‘Titan Museum’, un padiglione metallico che si scorge appena sulla destra della Interstate 19 per chi viaggia tra i cactus in direzione sud verso la frontiera. Un montacarichi ci porta a circa 30 metri di profondità. Tra il 1980 e l’84 qui sotto c’era la postazione della sottotenente Yvonne Morris. Ci accompagna lei, che oggi è la direttrice di questo museo unico in tutta l’America. Percorriamo un corridoio un po’ buio, alle pareti laterali enormi tubature. Eccoci nella centrale operativa sotterranea, costruita con una doppia parete di cemento armato. La missione del Titan e di tutto l’arsenale atomico americano era la deterrenza. Cioè mantenere la pace evitando la Terza guerra mondiale. Che invece era proprio lo scenario ipotizzato in The Day After, trasmesso nel 1983 nel mezzo della Guerra Fredda. “Volevamo far capire all’Unione Sovietica che non sarebbe sopravvissuta”, spiega la signora Morris. All’epoca aveva il comando di un equipaggio incaricato di lanciare un missile balistico intercontinentale. Sedeva proprio su questa plancia. Spiega che la procedura per scagliare un ordigno nucleare non prevedeva alcun pulsante rosso. Anzi. Era, e in parte è tuttora, una complessa trascrizione di codici alfanumerici contenuti in un messaggio, per autenticare il comando ricevuto e poi avviare il lancio. 


© Emiliano Bos
La plancia di comando del complesso ʻ571-7ʼ. Da questa postazione sotterranea era possibile far partire un missile nucleare, attraverso lʼattivazione contemporanea da parte di due militari in due postazioni diverse.

La valigetta dell’apocalisse 

“Qualcuno dica a Kim Jong-un che il mio pulsante nucleare è più grosso del suo” scrisse tre anni fa Trump in un tweet di risposta al leader nordcoreano. “Il mio pulsante funziona!” , aggiunse. Bugia, non c’è alcun pulsante. Ma una serie di combinazioni contenute nella “nuclear football” , come la chiamano qui. La valigia di 20 chilogrammi che assomiglia a una palla da football accompagna sempre il presidente degli Stati Uniti. Ma qualche settimana fa – per la prima volta nella sua storia e solo per qualche ora – l’America ne ha avute due. Lo scorso 20 gennaio – fatto inedito a Washington – il passaggio di poteri non è avvenuto in modo regolare. Trump si è rifiutato di presenziare alla cerimonia d’insediamento di Biden. Quando è partito per la Florida per il suo ultimo viaggio a bordo dell’Air Force One aveva accanto a sé un addetto militare col potentissimo bagaglio con la sequenza per l’attivazione di un lancio nucleare. A mezzogiorno esatto quei codici sono stati disattivati. E sono entrati in funzione quelli dell’altro “football” , posizionato con discrezione già nelle mani di un altro ufficiale a distanza ravvicinata da Biden. Con Trump privo di capacità nucleare, in molti hanno tirato un sospiro di sollievo. Anche se è stato il primo presidente da Jimmy Carter in poi a non aver trascinato le truppe USA in un conflitto. 


© Emiliano Bos
Oggi il missile è visibile dallʼesterno grazie a una copertura di vetro. In passato i siti erano rigorosamente segreti. Il trattato ʻNew Startʼ prevede un meccanismo di monitoraggio reciproco tra USA e Russia.

L’ossessione dell’errore 

“I vertici militari americani avevano l’ossessione della sicurezza. Volevano in tutti i modi evitare che un singolo individuo – da solo – potesse lanciare una testata atomica” , racconta la signora Morris. Serviva ancora un codice a 6 cifre per sbloccare l’accensione dei motori del missile e avviare la procedura di lancio vero e proprio. “Il ‘Titan II’ – questo missile – impiegava 58 secondi a lasciare la rampa” , dice ancora questa ex ufficiale militare che oggi indossa una felpa blu col logo del museo e accompagna i turisti in un’altra epoca. “Non c’è nessun bottone rosso ma una chiavetta molto piccola: una per me, come comandante, e una per il vice, su una consolle a un paio di metri di distanza”. Entrambe dovevano essere mantenute girate per 5 secondi. È fisicamente impossibile per una sola persona. I due ufficiali avrebbero avuto l’obbligo di agire insieme e contemporaneamente per tutta l’operazione. 


© Emiliano Bos
Souvenir e memorabilia della Guerra Fredda, che però sono anche un monito a un pericolo non del tutto passato. USA e Russia mantengono oltre 1ʼ500 testate atomiche ciascuno.

I mostri di ieri, i fantasmi di oggi 

La procedura è quasi identica ancora oggi. Ma questo ormai è un museo. C’erano 54 siti identici attivi tra il 1963 e il 1987. La direttrice mi accompagna davanti al ‘Titan II’. Da questa piccola piattaforma sospesa sulla rampa di lancio all’interno del silo si può quasi toccare la bestia d’acciaio alta una trentina di metri, con un diametro di due e mezzo. Brilla di riflessi tetri. Questo mostro ora dorme qui, con la testa rivolta verso l’alto, illuminato da una cupola che adesso è di vetro trasparente, finta glasnost turistica per mostrare ai visitatori la potenza stelle&strisce d’un tempo gelido. L’ex comandante Morris ripete davanti a me la procedura da Armageddon. Nessun asteroide da colpire, ma il nemico sovietico. Mentre parla, mantiene girata una chiavetta. Che aziona una sorta di sirena simile a un clacson. “Questo conferma l’entrata in funzione del primo stadio del missile. Ora c’è il decollo. E in mezz’ora da adesso il nostro obiettivo cessa di esistere”. La Signora dei Missili ha capelli biondo-cenere e modi cordiali. In caso di ordine di attacco avrebbe avuto la responsabilità di sterminare centinaia di migliaia di persone. “Tutti noi qui eravamo pronti. Se avessimo lanciato un missile con una testata atomica però sarebbe stato il fallimento della deterrenza”. 
Il trattato New Start – l’unico rimasto in vigore sul disarmo nucleare – consente a Washington e Mosca di mantenere 1’550 testate atomiche. E 1’500 vettori, compresi i missili intercontinentali uguali al Titano metallico assopito in questo deposito sotterraneo. La signora Morris sospira. “Vorrei che questo museo raccontasse un mondo passato, che ha avuto armi nucleari e non le ha più. Ma non è così”.

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