Paradiso alla deriva: le Bahamas dopo Dorian

Forse non tutti sanno che l’arcipelago nell’Atlantico non è solo spiagge ed evasione fiscale. C’è anche di peggio

Di Ignazio J. Ralli

I disastri esaltano il meglio e il peggio dell’umanità. Magari tirano fuori una generosità che non sapevi nemmeno di avere; magari invece fanno uscire la carogna nascosta, rafforzando problemi e conflitti esistenti. Le Bahamas non fanno eccezione. L’uragano Dorian ha spazzato via l’isola di Abaco, distruggendo la capitale Marsh Harbour, ha fatto danni enormi sulla parte orientale della seconda isola più popolata, Grand Bahama, creando anche un disastro naturale con tonnellate di petrolio riversate nella natura, e per fortuna non ha toccato l’isola di New Providence, poco più a sud, dove vive il 90% della popolazione. Nei giorni successivi la capitale Nassau, investita solo da forti venti e pioggia, era un viavai di volontariato, organizzato a livello locale e a livello internazionale. Gente di Abaco apriva casa propria a parenti e amici, chiedeva ospitalità nelle scuole locali per bambini rimasti senza un tetto, mentre la Croce Rossa, la chiesa greco-ortodossa, quella battista e la World Kitchen dei cuochi stellati si mettevano a servizio degli sfollati.

Guerre fra poveri

Ma la solidarietà ha celato solo per pochi giorni i problemi e la rabbia nascosti, dovuti a disperazione, povertà e ipocrisia. In un paese dove la popolazione ha un’innata diffidenza verso il governo e le fonti ufficiali, le notizie viaggiano via WhatsApp in tempi normali, e ancor più quando le linee telefoniche e internet non danno notizie dalle isole colpite dall’uragano. Ecco allora che appena iniziati i soccorsi
– con la guardia costiera locale e quella statunitense in prima linea per evacuare le vittime – già c’erano sospetti e proteste: il sospetto era che gli aiuti fossero incanalati principalmente verso gli haitiani, che fossero loro i primi a essere evacuati e a ricevere cibo. Notizie false, animate dall’odio verso questi immigrati spesso senza documenti. Il giornale più venduto asseriva in prima pagina che bande armate di haitiani invadevano case e negozi per rubare e distruggere. Per capire queste risposte e paure bisogna fare un passo indietro, e cercarne le radici. E magari scoprire che tutto il mondo è paese, che l’‘emergenza migranti’ non è un problema inventato a fini elettorali solo in Svizzera e in Europa.

L’Elvezia dell’Atlantico

Le Bahamas hanno una storia complicata: colonia britannica fino agli anni Settanta, con una segregazione razziale che correva in parallelo a quella statunitense, ma meno violenta e meno perentoria. Fu con l’avvento dei grandi alberghi a inizio Novecento e la spinta verso un turismo balneare più ampio che alcuni alberghi imposero la segregazione che prima non c’era, perché volevano adattarsi agli ospiti, perlopiù provenienti dal sud degli Stati Uniti. Un’altra spinta verso la segregazione fu data da Edoardo di Windsor, che dopo aver abdicato fu fatto governatore delle Bahamas per toglierlo dall’Europa, dove volentieri incontrava Hitler; Churchill pensò bene di levarselo di mezzo, rifilandolo alle Bahamas. Non proprio un favore.

Con il dopoguerra e la spinta indipendentista da parte dei sindacati e dei partiti che rappresentavano la maggioranza nera, ma che grazie al sistema di voto avevano pochi rappresentanti, si fece sentire sempre di più la rabbia degli oppressi che culminò nello sciopero dei tassisti e finalmente in elezioni veramente libere ed eque. Con l’indipendenza in seno al Commonwealth, continuò il benessere portato dal turismo e dai soldi iniettati prima dagli americani e poi da altri stranieri: le Bahamas divennero un paradiso fiscale, l’Elvezia dell’Atlantico, con tassazione del reddito e del capitale a zero. E infatti la presenza di banche svizzere è fortissima. Negli ultimi quarant’anni è andata formandosi una classe privilegiata creata anche dalla politica, ad esempio con monopoli del gioco d’azzardo concessi ai privati, e con una manciata di ditte che ricevono i grossi appalti di costruzione o di manutenzione.

Migranti

Oggi le Bahamas contano fra i 350 e i 400mila abitanti, e vista la domanda di manodopera, la ricchezza del paese e la poca popolazione, l’immigrazione è l’unica maniera per far fronte alla domanda. Haiti è a poche ore di volo, una giornata di mare. Haiti è molto più povera e molto più popolata. Morale della favola: il flusso di haitiani verso Nassau e le Bahamas è cresciuto costantemente dagli anni Settanta, e al censimento del 2010 il 10% della popolazione risultava haitiana.

Un dettaglio importante è che alle Bahamas i figli di stranieri non diventano automaticamente bahamensi, e se si è figli di immigrati senza permesso si diventa in pratica gente senza stato, senza possibilità di mettersi in regola con le carte. Ovviamente per impiegare stranieri in lavori poco remunerati e con diritti zero nessuno protesta troppo – le imprese non vengono né controllate né multate, in un paese dove la legalità già di per sé è un concetto molto flessibile. Con la loro esistenza dipendente da lavori umili e datori di lavoro con pochi scrupoli, molti haitiani hanno creato un sistema di mutua assistenza, dove chi ha un permesso cerca di far ‘legalizzare’ un amico o conoscente, trovandogli un impiego. Ma per chi non ha i documenti in regola diventa impossibile anche tutto il resto: affittare una casa, costruirla, comprarla o anche solo assicurare i propri averi.

Precarietà e criminalità

E lì comincia il casino vero. Ad Abaco due grandi quartieri popolati da haitiani sono stati completamente distrutti dall’uragano. Case in legno, costruite alla ‘sperindio’, visto che è difficile avere un permesso di costruzione e un titolo di proprietà. La concentrazione di migliaia di persone in quelle stamberghe era già sufficiente a creare disagi in tempi normali. Additati come focolai di criminalità, come quartieri di bande e di spacciatori di droga, i rimpatri forzati e le espulsioni erano già all’ordine del giorno prima dell’uragano. La prima risposta del governo durante l’uragano è stata quella di concedere una moratoria per le espulsioni ad Abaco e Gran Bahama, ma non a Nassau, sull’isola di New Providence, dove arrivavano in massa i rifugiati. Qui gli haitiani correvano e corrono il pericolo di venire deportati, in molti casi in un paese dove non sono neppure mai stati. Col risultato che anche la conta delle vittime pecca per difetto, dato che nessuno privo di documenti se la sentirebbe di comunicare la sparizione di un famigliare.

Fra Zurigo e l’inferno

La popolazione bahamense non ha vita facile, malgrado il livello di ricchezza del paese, con un Pil pro capite poco sotto l’Italia, ma sopra la Spagna e la media dell’Unione Europea.

La tassazione a zero e il benessere dell’élite locale rendono impossibile qualsiasi espansione del sostegno sociale pubblico. E mentre i ricchi vanno a Miami o New York per lo shopping, la maggior parte della popolazione deve sopravvivere con meno di 40mila dollari all’anno, ma con prezzi superiori a quelli di Zurigo e New York, e con tutti i problemi che l’isolamento geografico e la dimensione molto piccola delle isole porta per l’approvvigionamento di base. Il latte, per esempio, viene dagli Stati Uniti, tanta frutta e verdura dal Messico, le auto da qualsiasi paese col quale si riesca ad aprire un canale d’importazione. Per finanziare lo stato si ricorre a dazi e all’Iva, tasse sui consumi che colpiscono in modo sproporzionato chi fa più fatica.

Formazione & lavoro

E allora, aggiungendo a un’economia con disuguaglianze estreme e con problemi sociali gravi una fetta importante di immigrazione, i problemi vengono accentuati e facilmente si additano i nuovi venuti come colpevoli e cause di tutti i problemi. Le radio berciano contro gli immigrati e chiedono di cacciarli, ignorando i problemi a monte. La scuola pubblica, pessima, non forma persone in grado di aggiudicarsi i posti di lavoro più qualificati, regolarmente affidati ad americani ed europei. Per i lavori più umili, malpagati e sfruttai, ci sono gli haitiani. Il fatto che un bahamense non accetterebbe di essere sfruttato o pagato male non viene discusso troppo. E fra gli haitiani e i bahamensi più poveri si innesca facilmente una spirale di odio.

Problemi veri e falsi

Le case di costoro andrebbero giù anche con lo sbuffo di Ezechiele lupo, figuriamoci con un mostro di categoria 5 come Dorian. L’infrastruttura pubblica è di scarsa qualità, tanto che i quartieri ricchi hanno generatori di elettricità indipendenti dalla disastrata rete pubblica (mentre la società elettrica, di proprietà statale, è utilizzata come greppia per regalare poltrone e lavoro). Invece la parte dell’isola dove vivono le élite locali e gli stranieri è servita meglio dei quartieri bene di Lugano o New York: scuole private di ottima qualità, strade decenti e ben illuminate, supermercati carissimi ma forniti di tutto, spiagge impeccabili, e ovviamente sicurezza privata per chi vuole smarcarsi ancor di più dall’isola che lo circonda. Ovviamente gli stranieri che vi abitano sono definiti expat, non migrants, come gli stranieri più poveri (i soldi fanno miracoli, anche sul linguaggio).

Tutta colpa degli ’altri‘

Eppure nel dopo Dorian non ci sono richieste per tassare di più, per creare un paese la cui giustizia sociale sia all’altezza della sua ricchezza. No, il problema centrale nei bar, alla radio o negli uffici è l’immigrazione clandestina, gli haitiani che sono venuti senza documenti, che rubano lavoro ai bahamensi e che portano criminalità e droga. «GO BACK», grida a caratteri cubitali il principale quotidiano locale. E così si va avanti, fino al prossimo disastro naturale, ma vivendo una tragedia quotidiana, fatta di povertà e disuguaglianza.

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