In sella con Gianni Ghisla

Vivere la libertà superando tutte le frontiere

Di laRegione

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

C’è sempre «qualcosa di più, un po’ più in là». Aveva incendiato la mia fantasia di adolescente, questa frase di Jack Kerouac. Mi è tornata in mente rileggendo i reportage scritti da Gianni Ghisla dopo i suoi viaggi in moto: mesi e mesi in equilibrio sulla sella di una fuoristrada ribattezzata Arianna, perché «viaggiare in luoghi lontani è un po’ come muoversi all’interno di un labirinto». In compagnia della moglie Graziella o di un amico si è fatto la Via della Seta in Asia, il Nordamerica e il Sudamerica. Rileggo le mille tappe e mi trovo a sgranare un rosario di avventure possibili: Winnipeg, Petaluma, Chachapoyas, Ushuaia; e poi Yerevan, Samarcanda, Ulaanbaatar. Attraversando la Storia – quella maiuscola – sui sentieri di infinite storie minuscole, volti ed episodi ricomposti in uno scrupoloso mosaico.

Sulla soglia
Ma come c’è arrivato fin lì, Gianni Ghisla da Mergoscia? «In un certo senso sono sempre vissuto sulla soglia», mi spiega coi modi gentili che rivelano il professore dentro al biker. La soglia di una scuola, appunto: ha insegnato alla Magistrale e formato insegnanti del professionale, ricoprendo poi molti ruoli didattici che l’hanno spinto a esplorare «il paradosso dei confini»; anzitutto quelli fra le diverse regioni e lingue della Svizzera, ma anche quelli tracciati attorno agli insegnanti da una «società del controllo», contro la quale ha lottato «donchisciottescamente». Poi la soglia della politica, sempre con l’idea di «vivere la libertà superando le frontiere». Politici furono anche i suoi primi viaggi: nei paesi dell’Est dai quali «tornai scornato e trasformato», nel Portogallo della Rivoluzione dei garofani («il primo vero viaggio con la compagna che poi diventò mia moglie, in Maggiolino»).
Forse, però, la genesi del Ghisla valicatore di soglie sta scritta nelle rughe dei suoi antenati. Emigrati nelle Americhe, in Australia, in Inghilterra pur di sopravvivere. D’altronde, fra le pagine più belle dei suoi Sguardi sul mondo c’è l’incontro con gli emigranti ticinesi. Come Gelindo, finito in California nel 1958, quando l’oro non c’era più e si tirava avanti mungendo vacche, facendo mille lavoretti, vivendo «un po’ come le volpi, basta non mangiare tutti i giorni che si tira avanti». Anche il nonno di Gianni «era emigrato in Inghilterra. Poi riuscì ad aprire un hotel nell’Oberland bernese, infine a Locarno». Erano gli Anni Venti e «a mio nonno piaceva pescare, ma con la dinamite». Un giorno andò storta e perse una mano, e dovette richiamare il figlio dal collegio a Svitto. «Mio padre non gli ha mai davvero perdonato di aver dovuto abbandonare gli studi. Così lui e mia madre hanno fatto di tutto per permettere ai figli di studiare. Alle quattro e mezza si alzava per far fieno, alle sette iniziava il lavoro da elettricista». Anche per Gianni, lo studio è stato anzitutto in collegio: al Papio e poi ad Altdorf. «Un mondo non facile, dove però si scopre l’importanza della solidarietà». Dalle mura del collegio si passa agli studi a Zurigo. Pedagogia, economia, filosofia, con l’eclettismo tipico di quando «si pensava che studiare servisse a trasformare la società».

Volti del viaggio
La moto è arrivata nel ’73 («una Honda comprata col primo stipendio da supplente alle Maggiori di Cevio, collega di Plinio Martini a cui devo molto»). Ed è piaciuta subito anche alla futura moglie, conosciuta già al liceo. Anche se farsi otto mesi e 40mila chilometri in coppia sulla stessa sella – 15mila di sterrato – «non è sempre facile. È un po’ come in barca, ogni tanto bisogna scendere e prendersi qualche ora per conto proprio». Ma così «impari anche il silenzio». 
Ché poi non si è mai davvero soli, quando si viaggia in moto. Solidarietà e curiosità si raccolgono quasi ovunque, e così il ricordo del viaggio – importante «tanto quanto il viaggio stesso e la sua preparazione, ovvero il momento del sogno» – si affolla di volti. Quelli «pieni di gioia di vivere che ci accoglievano a Cali», in Colombia. Quelli più tristi del Perù, «sopraffatti da una povertà dilagante». L’avvocato di Locarno «che ha appeso la carriera al chiodo per fare vino in Cile». La «gentilezza sciroppata» degli americani. Il mullah di Mashhad, una delle tre città sacre iraniane, «laureato a Oxford, che mi ha spiegato l’Islam con signorile dignità». Oppure Sasha e Safet, due soldati dell’ex Jugoslavia, uno serbo l’altro bosniaco, «divenuti amici dopo la guerra. Li ho ritrovati in Tagikistan intenti a togliere le mine lasciate dai Russi e uno dei due, tra il serio e il faceto, mi dice: ‘Se lui fosse stato un buon soldato, adesso non sarei qui a raccontartela’». C’è davvero qualcosa di più, un po’ più in là.

IL PERSONAGGIO
Gianni Ghisla è nato a Mergoscia nel 1952. Vive fra Comano e Zuoz, in Engadina. È stato insegnante e responsabile per la formazione dei docenti delle scuole professionali. Per anni militante nel Partito Socialista Autonomo, per il quale ha anche curato le pagine culturali del periodico Politica nuova. È cofondatore di Idea, una società di consulenza per l’educazione, e di Babylonia, rivista dedicata all’insegnamento delle lingue. Viaggiatore da sempre, una volta in pensione ha girato mezzo mondo in moto. Sguardi sul mondo (SalvioniEdizioni 2018) è il racconto a parole e immagini di quell’esperienza.

 

 

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