T’innamorerai. Senza nemmeno pensarci

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana

Di laRegione

Donne che amano le donne e uomini che amano gli uomini. Come vivono gli omoaffettivi in Ticino? Ecco le parole di alcuni di loro, che nonostante i cambiamenti sociali e la caduta di molti tabù, scelgono l’anonimato. Sapete, il cantone è piccolo…

Le tappe della vita come andare a scuola, confrontarsi con la famiglia, con la religione, con tutta la società, sposarsi e fare figli, sono diverse se sei ‘diverso’? Quasi tutte le persone disponibili a raccontarsi in questo articolo desiderano restare anonime. È significativo. «Al lavoro quasi nessuno lo sa», dice una donna che chiameremo Cecilia. «La mia capa fa battute omofobe e non me la sento di parlarne con lei». Non posso, non si può, non mi va, non me la sento. Non è facile. Quasi tutti dicono così. Perché ci sono ancora pregiudizi, perché sembra ancora così importante, se ti piacciono le ragazze o i ragazzi. Solo una mamma arcobaleno di Minusio, trentenne, ci tiene a dire il suo nome. «Mi chiamo Sara Bonora. Non lo dico perché mi piace stare sotto i riflettori, ma perché spero che un giorno essere omoaffettivo non sia motivo per finirci. Essere gay è una questione privata, ma il rispetto per i gay è una questione pubblica. Quando hai un figlio ti devi sforzare di più: alla prossima generazione voglio consegnare una società più libera». Tranne il suo, quindi, gli altri nomi sono di fantasia. In comune, però, hanno tutti questa visione: un giorno, nel futuro, due persone che si amano saranno sempre una gioia e, come canta Vecchioni, innamorarsi sarà sempre senza pensarci.

’Ma che significa…?‘
Comunque, per ora, le tappe della vita sono diverse se sei diverso. «La scuola è il contesto più doloroso», dice Stefano. «Io ho capito di essere gay dall’ultimo anno delle elementari, una trentina di anni fa, quando l’omosessualità era tabù se non per deridere i gay. Fingevo di amare il calcio, mi sottraevo ai discorsi sulle donne, non ero me stesso. Mi isolavo…». Per Cecilia, invece, innamorarsi di una compagna alle medie è stato bellissimo, dopo tante domande finalmente una risposta, e così semplice, naturale, felice. Il difficile è stato invece dopo, con i genitori. «Quando gliel’ho detto avevo 21 anni. Mio padre fu sconvolto: ‘Ma che significa?’ chiese, e mi disse di andare dallo psicologo. Io risposi: ‘Veramente io sto benissimo, dovreste andarci voi dallo psicologo’».

Seguono anni in cui l’argomento non viene più toccato e così anche per Stefano. «Mia mamma disse che l’unica cosa che voleva era la mia felicità, però so che qualche pianto nascosto se l’è fatto. Per mio padre è stato più difficile accettarlo. Si chiuse nel silenzio e per qualche settimana evitò di parlarmi. Poi il tempo passa, i dolori si affievoliscono e oggi non se ne parla più». Si parla del tempo, del lavoro, di politica, ma non d’amore. Quando i genitori di Cecilia hanno conosciuto la donna che lei ama e che la ama, si sono rilassati. «A volte penso che la chiave sia mostrare agli altri la normalità dei rapporti. Mi è successo anche con un amico molto cattolico che all’inizio della nostra amicizia mi aveva detto: ‘I gay devono essere accolti come tutti, ma devono astenersi dai rapporti sessuali’. Io ci rimasi talmente male che per anni non gli dissi niente della mia vita più intima. Poi un bel giorno gliel’ho detto, e dopo lo choc iniziale, lentamente ha cambiato idea».

La religione
Sia Stefano sia Sara sono cresciuti in ambienti cattolici, poi se ne sono staccati, «perché la Chiesa non accetta l’omosessualità». «Oggi sono ateo e non mi pongo più il problema» dice lui. «Quello che dice la Chiesa sui gay mi fa solo sorridere: avendo frequentato ambienti religiosi so che l’omosessualità è presente anche in quei contesti». Sara dice di aver «abbandonato la Chiesa come istituzione», «perché mi vede come peccatrice e invece non lo sono. Ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza in oratorio e ci stavo bene, però dentro di me mi sentivo fuori luogo. Poi da adulta mi sono detta ‘Va tutto bene, Sara, sei una persona onesta, non fai niente di male’. I valori cristiani li ho ancora nel cuore ma non posso stare dentro una Chiesa che secondo me non cambierà mai la sua posizione».

Quale sia questa posizione lo chiediamo direttamente al Vescovo della Diocesi di Lugano Valerio Lazzeri: «Temo che la posizione della Chiesa a questo riguardo sia spesso fraintesa e non solo per colpa di chi la capisce male, ma anche di chi l’afferma in maniera distorta. Sono convinto che l’esperienza di fede non richieda prima di tutto la conformità a delle regole morali. Si diventa credenti all’interno di un incontro personale, che ti porta anzitutto a riconoscere su di te lo sguardo di Dio; uno sguardo di accoglienza gratuita e di amore incondizionato, indipendentemente dal proprio orientamento. È vero che i credenti sono chiamati a confrontarsi con la parola di Dio, che dà alla relazione uomo-donna una posizione centrale e privilegiata su tutte le altre. Questo non dovrebbe però impedire a nessuno di far maturare la propria vita affettiva e sessuale dentro un cammino di umanizzazione, di ricerca di una pienezza nella capacità di amare e di essere amati. Il compito della Chiesa non è né di condannare chi non risulta conforme a una norma né di approvare qualsiasi cosa».

Tra unioni registrate e doppie vite
E sposarsi, cosa significa? Ognuno ha la sua risposta, amica o indifferente al matrimonio. Per Sara però è una questione precisa. «L’equiparazione è fondamentale. A causa del fatto che il mio matrimonio con Tania è ‘solo’ un’unione registrata e non un matrimonio, io ho dovuto adottare mia figlia, capisci l’assurdità? Prima abbiamo dovuto andare all’estero, perché la procreazione medicalmente assistita in Svizzera è riservata alle coppie etero sposate. Poi ho dovuto provare di aver convissuto almeno un anno con lei, poi vedere quattro volte l’assistente sociale, fare un certificato medico, vaccinarmi, andare dallo psicologo, rivedere l’assistente sociale. Tutto questo è stato molto lungo e mancano ancora gli ultimi passi. È l’iter che fanno i partner arrivati dopo la nascita di un bambino, ma invece noi abbiamo avuto un progetto di famiglia, abbiamo vissuto insieme la procreazione, la gravidanza, il parto, tutto. Siamo due mamme, come altri hanno mamma e papà. Due mamme che condividono ogni responsabilità: lavorare in casa, fuori casa, curare la bambina. Secondo me è superata la visione della figura ‘materna accogliente’ e quella ‘paterna che dà le regole’, facciamo entrambe l’una e l’altra, proprio come molte coppie eterosessuali di oggi. Quello che ci vuole non è una nuova legge sui figli, ma il matrimonio paritario, il resto viene da sé».

Il Ticino a Stefano e Cecilia sembra un luogo più chiuso di altri: «Ho vissuto in Italia, Francia e Germania e tutti erano più facili. Qui non esistono locali di aggregazione, molti gay vivono in maniera nascosta la loro omosessualità, e la cosa più triste è che soprattutto qui ho conosciuto tanti uomini sposati dalla doppia vita. Certo, non ci sono episodi plateali di omofobia, però esiste un sentimento latente di avversione», commenta Stefano. Sara invece dice di essere stata fortunata. I vicini di casa, i genitori, le maestre all’asilo, nessuno le ha mai guardate come diverse. «È solo con le istituzioni che è stato difficile; la gente del quartiere invece ci conosce, ci vede ogni giorno e nostra figlia è come tutti gli altri bambini: una pestifera bella da mangiare».

Modelli in crisi
Ma alla fine dove sta il punto? Secondo Sara lo ha centrato la scrittrice Michela Murgia: «È tutta una questione di maschilismo. Se offri un modello diverso di famiglia, metti in crisi chi vorrebbe il capofamiglia e la moglie sottomessa. Quando dici a un gay che è inferiore, lo dici perché è più vicino alla donna che all’uomo e questa è un’offesa sia alla donna sia all’omosessuale. Invece i bambini devono poter dire: nella mia famiglia non ci sono capi».

 

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