‘Tagliatele la testa!’
A Sursee, ogni 11 novembre, va in scena il Gansabhauet, un’antica usanza che ha per protagonista l’oca: prima viene decapitata e poi finisce in pentola
Di Clara Storti
Cammino senza vedere dove vado, come se stessi giocando a mosca cieca. In testa porto un cappuccio che mi benda gli occhi e, sopra, una maschera (cieca anch’essa) in forma di sole. Dorato, inespressivo. Fra i miei attributi, una tunica cremisi e una sciabola da dragone. Muovo verso il palco, con passo di boia. Sento soprattutto il mio respiro, amplificato dalla maschera, che inumidisce il tessuto che mi incappuccia. Ho bevuto del vino e una volta sul palco mi si fa girare tre volte: perdo l’orientamento, ma tastando l’aria trovo il mio obiettivo. Un istante di lucidità. Mi ricordo che sto brandendo una spada e perché sono lì: tendo il braccio, cerco di concentrarmi, e sferro la sciabolata. Secca. Un colpo solo. Sento un tonfo sordo sul legno del palco. È andata bene! Sollevo quanto basta maschera e cappuccio. Respiro. L’odore metallico e ferroso del sangue mi si attacca alla gola. Stasera mangerò oca con spätzle, cavolo rosso e castagne.

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Spettacolarizzazione di una pratica antica
Truce è truce; soprattutto la vista della testolina dell’oca col collo mozzo che spenzola esanime… Soprattutto se non si ha la minima idea di che cosa sia il Gansabhauet. Facciamo allora qualche passo indietro, anzi verso il Lago di Sempach, destinazione Sursee, nel Canton Lucerna.
Ogni anno, nel giorno di San Martino (calendario alla mano, l’11 novembre), sul palco montato davanti al municipio tardogotico va in scena il Gansabhauet, un’antica pratica sociale che è parte del patrimonio immateriale delle tradizioni viventi svizzere (www.lebendige-traditionen.ch). Il rituale “affonda le sue radici nell’antica tradizione rurale e testimonia dell’importanza attribuita all’oca nel Medioevo”, non solo a Sursee, ma in tutta Europa, tanto che forme analoghe di questa tradizione si possono riscontrare nella storia di altri Paesi: la carne del volatile era considerata pregiata, il fegato una delizia gastronomica, le penne erano usate per scrivere e la peluria morbida per riempire cuscini.
Attorno al palco ogni anno s’assiepano dalle tre alle cinquemila persone per assistere alla decapitazione di due oche – già morte, sottolineiamo – da parte di un numero sempre diverso di “boia” estratti a sorte: i fortunati che riescono a recidere loro il collo, come ricompensa, si porteranno a casa le carcasse da cucinare.

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Dai manoscritti del XIX secolo
La prima fonte scritta risale al XIX secolo e racconta di una pratica che si svolge in “una giornata storicamente importante per la Confederazione (…) legata al pagamento delle decime e alle fiere”. Il documento altro non è che appunti manoscritti sulla storia locale, vergati nel 1858 e scoperti durante il restauro della cupola della cappella della Croce di Sursee, nel 1975. Il testo riporta il ricordo di un cittadino e la descrizione del rituale dell’ultima celebrazione del Gansabhauet, nel 1821-1822, una vera rappresentazione teatrale, molto spettacolare, al suono dei tamburini che cadenzavano il ritmo del rito.
La celebrazione fu interrotta per oltre quarant’anni: la pratica fu ripresa nel 1863 con una connotazione sociale esplicita. In seguito, nel 1880, “alcuni membri della gilda locale Heini von Uri iniziarono a partecipare all’organizzazione”, forti dell’esperienza del Carnevale.

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Ancora oggi la corporazione prende parte allo svolgersi della manifestazione: allo scoccare delle 15, i tamburi iniziano a rullare e, solennemente, due membri in costume portano sulla piazza le due oche. Insieme a Heini von Uri, si occupa dell’organizzazione il Gansabhauet-Komitee, di cui fa parte anche la Città nelle persone del sindaco, del cancelliere comunale, dell’archivista e del responsabile del servizio tecnico.

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La manifestazione propone anche attività collaterali che coinvolgono i bambini: l’arrampicata sul palo, la corsa nei sacchi o le Chäszänne, una gara di smorfie: i bambini mostrano i denti (Zänni) facendo le facciacce per ricevere un pezzo di formaggio. Il rituale si conclude con la processione serale Räbeliechtli (con lanterne ricavate dalle rape) e poi tutti attorno alle tavole imbandite con pietanze a base di oca.
Critiche
La decapitazione in pubblico di un animale, benché già morto, suscita in molti aspre critiche e il Gansabhauet non fa eccezione: sebbene rimanga una tradizione seguita, “tocca – si legge sul sito dedicato – un ambito sociale sensibile: (…) si tratta della questione fondamentale del rapporto fra esseri umani e animali” in un’epoca “in cui la macellazione degli animali da allevamento è stata in gran parte sottratta alla percezione quotidiana delle persone”. Nonostante ciò, ogni anno, l’11 novembre, c’è chi torna in piazza per partecipare a un evento dalla forte valenza collettiva.

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