Non ci resta che piangere
In Giappone stanno attirando una buona clientela i crying café, ‘bar del pianto’: locali dove si va per staccare la spina e liberare le emozioni negative
Di Duccio Canestrini
In Giappone stanno attirando una buona clientela i crying café, “bar del pianto”: locali dove si va per staccare la spina e liberare le emozioni, spazi che consentono di sfogarsi senza giudizio. Lì piangere non è più un momento privato di debolezza o di dolore, ma è un rituale condiviso che dà sollievo. Ma davvero un bel pianto in compagnia, superato l’imbarazzo, può diventare un rituale di benessere?
Piangere in pubblico senza vergogna. Si può fare nei crying café di Tokyo, luoghi accoglienti dove esternare dolori e scaricare le tante tensioni accumulate. Il set e l’arredo di questi locali pubblici aiutano. Luci soffuse, morbidi cuscini, cocktail fantasiosi e per chi vuole c’è l’optional della proiezione di qualche film strappalacrime. Tutto ciò aiuta le clienti (perché si tratta in maggioranza di donne) a lasciarsi andare. E, sempre a richiesta, in alcuni di questi locali è disponibile l’assistenza di uno staff che facilita il totale abbandono. I crying café sono quindi luoghi rifugio, dove non si va a sfoderare sorrisi di circostanza, o per ostentare allegria e affascinanti competenze, ma per mettere a nudo le proprie fragilità.
A nudo
Il primo è nato nel quartiere bohémien di Shimokitazawa a Tokyo, noto per la vita musicale e letteraria e per i negozietti di vestiti usati. Qui dal 2020 il Bar Mori Ouchi ha apposto sotto l’insegna un esplicito avviso: “Negative people only”. Avventori affranti, portatevi un fazzoletto. Ma davvero piangere in compagnia, superato l’imbarazzo, può diventare un rituale di benessere? Davvero può lenire lutti per la perdita di persone care, può mitigare la rabbia per ingiustizie subite, può alleviare intime sofferenze?

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Shimokitazawa a Tokyo
Evidentemente sì. La risposta ha a che vedere non soltanto con quella che una volta si chiamava “psicologia dei popoli” (la Völkerpsychologie fondata alla fine dell’Ottocento da Wilhelm Wundt), ma anche nei valori e negli assetti della società contemporanea. E forse non solo quella giapponese. Dove i ritmi di lavoro, lo stress e le pressioni sociali spingono a una continua performance esistenziale. Ma anche dove il controllo delle emozioni, e qui sta la specificità del Paese del Sol Levante, è considerato culturalmente un dovere. Ecco allora che lontani dalla metropolitana affollata e dalla frenesia degli uffici, concedersi momenti di vulnerabilità diventa una trasgressione terapeutica.
Il pianto nei crying café non è solo uno sfogo privato, ma fa parte del rui-katsu, una disciplina nipponica di “ricerca delle lacrime” che prevede sessioni di afflizione collettiva, condividendo esperienze commoventi. In effetti si tratta di una pratica che sta agli antipodi delle nostre lezioni di sorriso e delle sedute di terapia della risata, che stando ai guru della felicità simulata servono a ridurre lo stress. E, ovviamente in ottica aziendale, a indurre positività per facilitare il team building.
Meccanismo di autoregolazione
La scienza conferma l’efficacia del rui-katsu. Il corpo umano utilizza il pianto emotivo come un meccanismo biochimico di autoregolazione e guarigione. Bisogna dire che Charles Darwin ci aveva visto bene. Nella sua opera intitolata L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872), il naturalista britannico descrisse il pianto non solo come sfogo, ma come un meccanismo che svolge precise funzioni. Lo scienziato evoluzionista osservò che lasciarsi andare a un pianto impetuoso consuma l’energia nervosa riducendo le manifestazioni fisiche più estreme del dolore, come il contorcersi o gridare, permettendo il rilassamento: “Più intenso è il pianto, maggiore è il sollievo”. Si è poi appurato che le lacrime emotive sono regolate dal sistema nervoso autonomo e contengono endorfine e ormoni legati allo stress (come la prolattina), il cui rilascio favorisce un sollievo fisico e psicologico. Il pianto emotivo attiva il sistema parasimpatico e funge da valvola di sfiato. In poche parole, piangere fa bene perché abbassa il cortisolo, l’ormone dello stress. Non solo, ma piangere è un processo fisiologico che funge da antidolorifico naturale, calmando e regolando il respiro. I tipici singhiozzi che accompagnano la fine del pianto sono la tecnica che il nostro sistema usa per ossigenare i polmoni e spegnere l’ansia.
Non solo bar
In Giappone si trovano anche altre opportunità di recupero, pensate soprattutto per i lavoratori sfibrati: hotel che offrono camere dedicate al pianto, come per esempio il Mitsui Garden Yotsuya di Tokyo. Ed esiste anche una versione notturna dei caffè del pianto ideata specificamente per aiutare le madri alle prese con l’insonnia e il lamento dei neonati.
Anche in Occidente qualcosa si muove in questo senso: il concetto di “entra e piangi” si inserisce nel più ampio trend globale dei cosiddetti crying club diffusi non solo in Estremo Oriente, ma anche negli Stati Uniti. A Madrid il ristorante La Llorería ha aperto con un’iniziativa temporanea speciale: uno spazio “senza vincoli e senza complessi” allestito per accogliere chi attraversa momenti difficili e non vuole nasconderlo.
L’idea di normalizzare la tristezza, invece di fingere buonumore, potrebbe attecchire anche altrove, in una società sempre più segnata da ansia e disagi. Ridere, qualcuno diceva, è un atto rivoluzionario. Ma forse lo è anche piangere, perché ci svincola da una logica efficientista che impone di essere sempre forti, ottimisti e produttivi.

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