Lo scandaloso Uomo di Piltdown
Abbiamo sempre indagato le radici del nostro esistere: da dove veniamo?, è la domanda. C’è chi ha cercato le risposte e poi c’è chi le ha contraffatte
Di Marco Horat
Oggetto di una celeberrima truffa paleoantropologica architettata ad arte nell’Inghilterra dell’inizio del secolo scorso, dell’Eoanthropus dawsoni – il suo nome scientifico – furono ritrovati resti fossili (frammenti cranici e mandibolari) spacciati come appartenenti a una sconosciuta specie di ominide e “rinvenuti” nell’East Sussex. La controversia si risolse negli anni Cinquanta con lo smascheramento della contraffazione del finto “anello mancante”.
E di scandalo vero e proprio si tratta. Parliamo di una truffa scientifica, o bisognerebbe dire una burla, che ha messo per decenni in subbuglio il mondo della paleontologia umana o paleoantropologia che dir si voglia. Una storia, sembra conclusa solo qualche anno fa, dalla quale paradossalmente le discipline scientifiche e umanistiche escono comunque vittoriose, dopo un inizio disastroso.
Le basi della ‘scoperta’
Bisogna procedere con ordine tornando indietro nel tempo di più di cento anni. Siamo agli inizi del secolo scorso. In località Piltdown nel Sussex vengono alla luce importanti reperti fossili durante scavi archeologici promossi da un archeologo dilettante, Charles Dawson, unitamente ad Arthur Smith Woodward del British Museum di Londra, con l’intervento successivo anche del celebre studioso francese Henri Breuil, conosciuto come l’Abbé Breuil.
Nel 1908 in una cava di sabbia della regione erano emersi resti di un cranio umano antico. Le ricerche proseguono e nel 1912 ecco la grande scoperta: una mandibola arcaica con un molare in situ e un canino poco lontano, unitamente a resti di animali fossili e schegge di selce. Risultato delle analisi: cranio già con caratteristiche umane, mandibola e denti di impronta scimmiesca. Un unicum, finora, subito denominato Eoanthropus dawsoni. In Germania, dopo i reperti famosi di Neanderthal del 1856 era appena stato identificato il cosiddetto Homo heidelbergensis, un ominide vissuto tra 600mila e 100mila anni prima. Si andava insomma indietro nel tempo e in profondità nella ricostruzione dell’albero genealogico dell’uomo, alla ricerca di quello che ai tempi si chiamava ‘l’anello mancante’ tra la scimmia e l’uomo.
Per non restare indietro
L’Inghilterra non voleva essere da meno della Germania ed ecco che la scoperta di Piltdown poteva colmare il divario scientifico tra i due Paesi. Articoli scientifici su riviste specializzate, dibattiti pubblici e conferenze accademiche sancirono l’importanza dei ritrovamenti inglesi, pur con qualche riserva da parte di alcuni studiosi scettici. L’Uomo di Piltdown, progenitore dell’uomo moderno, trovò infine una collocazione degna all’interno del più prestigioso museo britannico a Londra. Dove è rimasto fino al 23 novembre del 1953, quando venne clamorosamente ritirato tramite comunicato ufficiale, perché studi con metodi più moderni dimostrarono che il cranio era quello di un individuo morto forse durante il Medioevo, mentre la mandibola apparteneva a un orangutan, come pure i denti che erano stati limati ad arte per alterarne le caratteristiche originali.
Boom.
Una truffa bell’e buona, o come dicevo prima solo una burla? Probabilmente entrambe le cose: la spinta nazionalista aveva sicuramente giocato un ruolo importante nell’abbracciare immediatamente la nuova scoperta; come pure il fatto che Charles Dawson, un dilettante, ambiva ad essere ammesso alla Royal Society (non lo fu mai) come rivalsa personale nei confronti del mondo accademico. E poi mettiamo nel conto un pizzico di humour inglese.

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Il teschio realizzato ad arte
Complici o vittime?
Ma gli archeologi professionisti che gli erano stati attorno e avevano avallato la scoperta esponendosi in prima persona, furono complici o vittime a loro volta? È solo da pochi anni che la faccenda sembra chiarita una volta per tutte. Un’équipe scientifica britannica multidisciplinare, utilizzando i più moderni sistemi di analisi dei reperti, ha stabilito che il colpevole fu esclusivamente Dawson (si spera non con l’intento di difendere la categoria, uscita non proprio bene dalla vicenda, seppure con la scusante che erano altri tempi!).
“Le analisi del DNA e la tomografia computerizzata della mandibola e del molare ‘rinvenuti’ a Piltdown – riferisce la rivista Focus citando il documento – confermano che i resti provengono da un orango simile a quelli che oggi popolano il Borneo. Dawson se lo procurò forse in un negozio di oggetti rari, e mise il molare nel primo sito e un altro dente dello stesso esemplare, un canino, in un presunto ‘secondo sito’”.
Ancora: “Delle ossa umane non è stato possibile stabilire con precisione l’età, ma il team ha notato che sono ricoperte di una patina di gesso simile a uno stucco da dentista, dipinta, macchiata e usata sia per colmare le crepe, sia per sigillare le loro cavità, a loro volta riempite con sassolini. Il procedimento doveva forse rendere le ossa più pesanti (i fossili pesano di più delle ossa giovani). Il metodo usato per l’assemblaggio, ripetuto su tutti i reperti e sempre con la stessa tecnica, fa pensare a una sola mano: quella di Dawson, di cui Woodward fu probabilmente soltanto l’involontaria pedina”.
Fin qui la storia dell’Uomo di Piltdown mai esistito. Scrivevo all’inizio che comunque il mondo scientifico sulla lunga distanza ne esce bene, perché è proprio grazie al principio che bisogna mettere in dubbio ogni nuova teoria o scoperta che la ricerca progredisce. Magari con tempi archeologici, ma alla fine arriva al dunque. Allora si cercava ‘l’anello mancante’ e guarda caso lo si individuò subito, perché spesso si trova quello che si cerca; piuttosto che attenersi oggettivamente alla realtà dei fatti.
