Echi thailandesi raccontano gli ultimi raccoglitori di sale

I cambiamenti climatici nella regione tra Samut Sakhon e Samut Songkhram mettono a dura prova coloro che vivono di questa pratica antichissima

Di Fabio Polese

Le saline artigianali della costa occidentale del golfo thailandese stanno scomparendo per diverse ragioni, fra cui le condizioni che spingono i giovani a cercare lavoro altrove e i cambiamenti climatici, che riducono i tempi di raccolta. A preservarle ci sono le cooperative, che si prefiggono di valorizzare un sapere antico.

A meno di due ore da Bangkok il paesaggio cambia. La città svanisce e la terra diventa bianca. Tra Samut Sakhon e Samut Songkhram, lungo la costa occidentale del Golfo di Thailandia, il tempo sembra essersi fermato.

Sole, vento, sudore

In questo tratto piatto e silenzioso, uomini e donne camminano su assi di legno, spingendo carretti carichi di cristalli. Non ci sono macchine, solo il rumore secco delle pale che graffiano la superficie. Il sale nasce così: dal sole, dal vento e dal sudore. «Mio padre faceva questo mestiere e prima ancora mio nonno. È il lavoro della nostra famiglia», dice Somchai, 57 anni, che lavora nella salina da quando era ragazzo. Si alza ogni giorno all’alba per iniziare la raccolta prima che il sole diventi insopportabile. Il suo passo è lento, i gesti identici a quelli di cinquant’anni fa. «Oggi siamo rimasti in pochi. Molti giovani se ne vanno a cercare lavoro nelle grandi città», aggiunge asciugandosi la fronte. Un tempo, lungo questa costa, le saline attive erano numerosissime.


© Fabio Polese

Oggi ne restano meno della metà, spesso gestite da famiglie anziane. In Thailandia si producono ogni anno diverse centinaia di migliaia di tonnellate di sale marino. La maggior parte proviene ormai da impianti meccanizzati o viene importata, soprattutto per usi industriali e alimentari. Eppure, in questa zona, uomini e donne continuano a raccogliere il sale a mano, come si faceva una volta. Nel resto del mondo, scene come queste sono quasi scomparse. In India, Cina, Stati Uniti e Australia dominano le grandi saline industriali, con pompe, mezzi pesanti e vasche automatizzate. Le tecniche artigianali sopravvivono solo in poche aree marginali. Oltre che qui, si trovano ancora in alcune zone remote del Vietnam, delle Filippine e del Giappone.


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Tecniche antiche, difficoltà contemporanee

La tecnica non è cambiata: l’acqua del mare viene convogliata in bacini poco profondi, dove si asciuga lentamente sotto il sole. Poi si raschia la superficie con pale di legno e si raccolgono i cristalli, che vengono caricati a mano. Il sale viene quindi lasciato essiccare ancora al sole, prima di essere ammassato all’interno di depositi. La stagione secca permette all’acqua di evaporare. Ma il cambiamento climatico sta rendendo tutto più instabile. «Negli ultimi anni – racconta una signora mentre è in pausa – le piogge iniziano prima e la stagione utile si accorcia. Se piove non possiamo raccogliere». Alcune saline hanno dovuto chiudere, altre sopravvivono a fatica, stringendo accordi diretti con commercianti locali. L’aspetto fisico del lavoro è un altro limite. Le temperature possono superare i 40 gradi nelle ore centrali del giorno e le superfici saline riflettono il sole come uno specchio. Per resistere, molti si bagnano i vestiti con l’acqua dei canali, sperando in un po’ di sollievo.


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Siamo una famiglia

«Qua siamo tutti una famiglia. Condividiamo tutto», spiega Nok, 47 anni, mentre affianca il marito nella raccolta. «La fatica è tanta, ma troviamo sempre il tempo per ridere». Poi mi chiede di aspettare un momento, sale in motorino e si allontana lungo la strada polverosa. Ne approfitto per andare a prendere delle bevande fresche da offrire. Quando torno, è già rientrata. «Tieni, questo è per te», mi dice, porgendomi due grandi sacche di sale. «È buono. Usalo per cucinare». Poi chiama a voce alta gli altri lavoratori. In pochi minuti, tutti si avvicinano. Bevono, si rinfrescano e mi ringraziano con sorrisi sinceri. C’è curiosità nei loro sguardi.


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Salvaguardare e valorizzare

Negli ultimi anni, per contrastare il progressivo abbandono della raccolta artigianale del sale, sono nate in Thailandia diverse iniziative di tutela e valorizzazione. Nelle province di Samut Sakhon, Samut Songkhram e Phetchaburi, gruppi di produttori hanno formato cooperative per difendere la salicoltura tradizionale e migliorare le condizioni economiche delle famiglie coinvolte. Parallelamente, istituzioni accademiche come la Phetchaburi Rajabhat University e la Silpakorn University collaborano con le comunità locali per documentare le tecniche tramandate da generazioni, sviluppare percorsi formativi e promuovere forme di produzione sostenibili. Anche il governo ha avviato un piano strategico pluriennale per sostenere la produzione di sale marino e rilanciare il settore, con l’obiettivo di aumentare i redditi dei piccoli produttori e valorizzare le saline come risorsa culturale e turistica.


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In quest’ottica, alcune saline si sono aperte al turismo responsabile: vengono organizzate visite guidate ai bacini, laboratori didattici per bambini e degustazioni. L’idea è trasformare un mestiere in declino in una risorsa educativa e identitaria, capace di generare nuove opportunità. Non è una soluzione definitiva, ma per molti è un modo per ridare visibilità a un lavoro che in parecchie altre parti è già scomparso. In un’epoca in cui tutto si misura in produttività, le saline artigianali ricordano un altro tempo. Camminare tra i cristalli, osservare le mani dei lavoratori, ascoltare le loro voci, significa entrare in una dimensione lontana dalla frenesia del mondo moderno. Una dimensione che rischia di sparire, cancellata dal rumore delle macchine e da un progresso che dimentica le sue origini.


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