Clan asintomatico

Tra marmitte ruggenti e i ‘ce la faremo’: appunti da una quarantena alla luganese tutta da inventare. Nell’attesa di nuove forme di normalità.

Di Marco Jeitziner

Lui era stato a Milano a novembre, poi a febbraio, due sere al Carnevale, settimane a scuola. Si scoprì asintomatico. Come molti altri, per fortuna. Forse immune negativo, positivo contagioso, neutro resistente, chissà. Era stato al fronte dove di solito si è i primi a soccombere. Ha giocato alla roulette russa ma non sarà solo fortuna. Giorni di folle normalità, di preoccupante spensieratezza un po’ a Milano, poi qui a Lugano. In quella che da lì a poco sarebbe diventata la zona rossa insubrica: ricoveri d’inferno, deserto sociale, collasso economico. 

Fluisce la vita

Stavolta mascherati anche dopo il carnevale, scudo e stigma, simbolo d’angoscia. Nemmeno quel medico sapeva del virus bruttissimo invece della reginetta bellissima. Finirà febbraio col primo contagiato del Paese, un “prima i nostri” pandemico, triste e storico. Arriverà il “lockdown”, la grande serrata, la madre delle chiusure benedetta da Berna. A Lugano c’era quasi ancora odore di risotto in piazza, ancora foga da elezioni comunali. Presto la perla del Ceresio sarà una banale cozza vuota. Potrai fare solo questo ma soprattutto non quello, pena le multe di una polizia mai così indaffarata, persino nei boschi. Pasqua non con chi vuoi, ma solo con chi puoi. Distanziamento sociale fuori dalla macelleria, partita aperta tra comune capretto e strano virus. Vincitore scontato. Un asintomatico felice di essere svizzero: potrà uscire di casa. Così i tanti italiani a Lugano, perché di là sono arresti domiciliari, son confinanti confinati. I due metri di distanza, tutti geometri, un virus cavalletta. Le cinque persone, perché sei son già troppe. Ecco i clan degli asintomatici tra rive e piazzette, tra panchine e scalinate, tra sbarramenti e divieti. La vita fluirà lo stesso. 

Vedere il bello

Asintomatico ma infodemico, strafatto di notizie e non notizie, Gates è il diavolo, Koch un pazzo, Fauci un assassino. Il fumo e il gioco d’azzardo indispensabili, all’improvviso non più nocivi. Arriverà l’ondata epidemiologica coi suoi surfisti delle statistiche, il picco dei contagi coi suoi scalatori dell’angoscia, tutti virologi, tutti sportivi. Bollettini di ricoverati, ventilati, intubati, spirati. Anziani, nonni, zii, genitori, memoria storica decimata. Sarai in coda al supermercato per verdura fuori stagione ma col virus stagionato. In coda alla posta, le buste sì, i fogli A4 no, fotocopie vietate. L’asintomatico in giro smascherato tra mascherati, surreale, distopico, ma reale. Dispositivi da contrabbando, esportazioni da usurai. Lugano motore spento cantonale, Lugano marmitte ruggenti, Lugano “ce la faremo” , Lugano “andrà tutto bene”. Lugano dal lago chiuso ai pedoni ma non ai tamarri. Lugano dall’esibizionismo ancora più facile. Ma anche Lugano dai cieli più tersi senza aerei, di acque più limpide senza barche, di aria più pura (quasi) senza auto, di vie silenti senza gente. Sarà anche questa una sorta di pantomima pandemica.

 


1630: Firenze in un dipinto dell’epoca

LOCKDOWN GIÀ NEL SEICENTO

Nella storia delle epidemie la serrata dell’economia non è nuova. Era già successo quasi 400 anni fa, nel Seicento, con la peste a Firenze. Ne parlava in aprile Radio France Internationale con lo storico britannico John Henderson. Il paragone è azzardato per molti motivi (sanitari, tecnologici, urbanistici, economici ecc.), ma se oggi pare siamo solo all’inizio, allora l’epidemia durò oltre un anno causando “significative difficoltà economiche” , si legge. Esattamente come succede già ora. Si decise di “tagliare gli scambi con altre città”,  le professioni del commercio internazionale furono “completamente fermate”. Oggi il commercio internazionale soffre, ma non è bloccato: merci e certi professionisti continuano a muoversi. 400 anni fa a Firenze ci fu “compassione” per l’industria tessile, la principale di quel tempo. Si permise a “un numero limitato di membri” del settore di lavorare, fintanto che “rimasero nei loro laboratori e non tornarono a casa” , così l’economia “ha continuato a lavorare” per un po’ , dice Henderson. Insomma, si produceva ma si restava in azienda. In termini di grandi settori economici, oggi come allora si lavora. Nei servizi, da casa, in ufficio, in azienda, e si torna a domicilio. Il Ticino ha chiuso certi comparti, ma non la chimica farmaceutica, dove non si dorme certo in fabbrica. Potrebbe ospitare i suoi dipendenti l’alberghiero che è parzialmente attivo, mentre la ristorazione attende… Insomma, per contenere l’epidemia eravamo più coerenti allora oppure oggi? 

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