Vintage, il passato fa tendenza

Gli abiti delle nostre nonne piacciono sempre di più: è solo nostalgia oppure quei capi hanno davvero ‘qualcosa in più‘?

Di laRegione

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

L’impeccabile tubino nero disegnato da Givenchy per Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Lo smoking versione femminile creato da Yves-Saint Laurent. La borsetta di Chanel impreziosita dalla catenella dorata. Impossibile per una donna non provare un brivido per questi capi dal fascino intramontabile. Indumenti che rivivono in quel fenomeno economico e sociale denominato moda vintage. Ma come, nell’era della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, del digitale e delle perenni connessioni siamo catturati dal fascino di oggetti perduti nel tempo? Certo: non è una novità e non solo nell’ambito della moda (si veda il mondo dei motori o della musica con le vendite di vinili). E così i capi con una storia da raccontare sono diventati iconici e influenzano il gusto del vestire e del vivere. E se il sociologo Simon Reynolds afferma che «il futuro è morto. Il retrò è il vero futuro», noi ne conveniamo, purché sia brioso e divertente, oltre che chic.

Arrivano gli hippies
Si sa che un tempo gli abiti usati, o di «seconda mano», erano destinati alle persone meno abbienti, felici di accettarli. Tuttavia, da emergenza necessaria, propria dei magri giorni del dopoguerra, si trasformavano in un vezzo negli anni Sessanta con l’influenza degli hippies. Furono proprio loro a soffiar via la polvere dai vecchi vestiti e renderli simbolo di un’era sognante e fantasiosa. A New York nel 1965 veniva aperta la prima boutique chiamata «Vintage chic» che proponeva una selezione di abiti storici e antichi, ma che in realtà avevano pochi decenni di vita. Diventavano poi un hobby creativo per cultori a caccia di pezzi unici lasciati nei bauli, e magari rivenduti in qualche mercatino…

Business offline e online
Oggi l’abbigliamento usato è un business che può arrivare a nove zeri, trainato dal commercio on e offline. Congiunture economiche a parte, va pure sottolineato che questo bisogno di voltarsi indietro rappresenta forse una pausa di riflessione all’alternarsi e al sostituirsi delle mode. Anche per la difficoltà da parte delle aziende di abbigliamento nel far decollare una tendenza, di portarla in passerella senza che si sia già volatilizzata. Il fenomeno dell’usato «di qualità» potrebbe dunque essere legato al desiderio di un ritmo più lento, ma soprattutto di eccellenti fatture, di tagli e rifiniture più accurati, di tessuti più preziosi e di un fascino sedimentato. Non da ultimo, di pezzi più unici che rari.
Come dicevamo, il termine vintage è usato con riferimento sia ai capi di vestiario, accessori e bijoux, sia agli oggetti di arredamento di gusto volutamente démodé che evocano lo stile di un certo periodo o di un certo creatore. Nondimeno le grandi Case della moda, con lunga esperienza alle spalle (da Dior a Hermes, da Armani a Fendi, tanto per citarne alcune) hanno iniziato a ‘rieditare’ i propri pezzi più iconici e immessi sul mercato per far sognare il consumatore.

Derivazione enologica
Ma qual è l’etimologia della parola francese vintage? Di derivazione enologica, indica il vino d’annata reso pregiato dall’invecchiamento. Nell’accezione moderna viene usato per indicare un oggetto di culto, fuori produzione; un oggetto comunque già utilizzato, datato, ma non necessariamente molto antico. Basterebbe sbirciare dentro l’armadio delle nostre nonne e mamme per scovare pezzi di qualche decennio fa, per molti diventati di culto e da collezione. Come i pantaloni a zampa d’elefante, le stampe geometriche e le zeppe anni Settanta, ma anche il giubbotto da paninaro e gli occhiali da aviatore degli Ottanta e gli anfibi dei Novanta. Ebbene sì, questi ultimi, insieme alle giacche in stile guru, piacciono molto anche al mondo maschile, soprattutto ai giovanissimi. Sulla scia dei negozi di vestiti usati, ma di piglio e gusto giovanili, che spopolano nelle grandi città quali Londra, Amsterdam, Parigi, Milano, per non parlare di New York e San Francisco. Anche in Ticino i second hand shop non mancano. Come il «Magma» di Lugano o il «First & Second Fashion» di Ascona: si trova di tutto ed è possibile portare i propri abiti smessi da riciclare. Ed è appunto nel riciclare e recuperare con coscienza che ci sono i principi dell’ecosostenibilità.

VESTIRE ALL’ANTICA IN SETTE PUNTI
Nuovo/vecchio
L’abilità nell’adottare il genere vintage in modo contestualizzato, sta nel mixare insieme i capi e gli accessori del passato con quelli moderni.       
Non esagerare
Essenziale è evitare senz’altro l’accozzaglia di capi retrò tutti insieme. L’odore di naftalina si sentirebbe a chilometri di distanza, e qualcuno potrebbe pensare che siete un «viaggiatore
del tempo»…
Scegliere
Al contrario, allenatevi a selezionare con cura i singoli pezzi vintage da inserire ben coordinati con il vostro guardaroba. 
Stile
Optate solo per capi iconici che hanno fatto in qualche modo la storia della moda e che non passano inosservati per la loro eleganza e originalità.
Qualità
Non importa se il capo non porta una firma altisonante e di richiamo. L’importante è che abbia quell’allure e la perfetta fattura d’epoca.   
Con gusto
Dunque capi che si distinguono certo, ma non stravaganti oppure eccessivi, pena la perdita di stile.
Freschi
L’insieme deve dare l’idea di freschezza, anche se si tratta di capi volutamente datati.

ECONOMIA: QUANTO VALE?
Secondo attendibili stime, il mercato dell’usato nel 2028 avrà un valore maggiore di quello del mondo della moda: 64 miliardi di dollari per il primo, 44 miliardi per il secondo. Una decina d’anni fa il second hand valeva solo 9 miliardi.

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