A immagine e somiglianza di chi paga

Viaggio lungo il filo della storia per capire in quale misura la questione economica influenza la pratica giornalistica

Di Ivo Silvestro

Come è nato il giornalismo? Proponiamo un percorso tematico, dall’antichità alla contemporaneità, per comprendere da dove veniamo e dove stiamo andando, senza la spocchia di autoincensarci. Secondo tema è il finanziamento delle notizie.

“Chi paga?” è quella domanda che dovrebbe chiarire tutto, quando si parla di informazione – come se l’affidabilità, la serietà, l’indipendenza di un giornale fossero solo una questione di soldi e non anche di pregiudizi, ideologie, abitudini redazionali e preferenze personali.

Una questione di formato

Tuttavia, se c’è un aspetto del giornalismo che è spiegato soprattutto da questioni economiche è il formato: quanto la pagina è grande, come è stampata, che cosa ci finisce dentro. Dettagli che possono fare la differenza, perché determinano come il lettore incontra la notizia.

Nel 1701 il duca di Mantova pagava sei ducati di abbonamento semestrale per ricevere un foglio di notizie da Venezia. Se aggiungiamo i fogli da altre città europee, c’era chi arrivava a spendere anche 30 ducati l’anno. Una piccola fortuna: secondo i conti di Mario Infelise in Prima dei giornali (Laterza, 2002), era superiore all’affitto di una casa a Venezia. Da notare che i fogli erano manoscritti: un po’ perché erano più rapidi da realizzare e su misura per il cliente, un po’ perché era più facile sfuggire ai controlli governativi.

In cambio di una spesa del genere, ci si potrebbe aspettare un prodotto artigianale raffinato ed elegante. Niente di tutto questo: i fogli di notizie erano, appunto, fogli con una serie continua di paragrafi, uno dopo l’altro senza titoli, identificati semplicemente da una data e una città. Il duca, e gli altri acquirenti, non pagavano per fronzoli: a loro interessava la sostanza.

Lenzuoli…

Si diceva dei controlli su ciò che veniva stampato. Nel 1712, pochi anni dopo i fogli pagati a caro prezzo dal duca di Mantova, in Gran Bretagna venne introdotta una tassa sui giornali stampati. Questa stamp duty piacque così tanto al governo che nei decenni successivi l’importo aumentò costantemente, arrivando a più che triplicare tra il 1789 e il 1815 – e non è un caso se parliamo degli anni che vanno dalla Rivoluzione francese alla Restaurazione con il Congresso di Vienna. Quella tassa, sostengono gli storici James Curran e Jean Seaton, aveva infatti uno scopo molto semplice: aumentare il costo dei giornali in modo da tenerli lontani dai poveri.


© Wikipedia
Una pagina del ‘Sun’

La tassa era uguale per tutti i giornali, a prescindere dal costo, e all’inizio degli anni Trenta dell’Ottocento rappresentava metà del prezzo. Una copia poteva costare così sui sette pence: una spesa abbordabile per un borghese, mentre per un operaio potevano essere i guadagni di un giorno di lavoro. Tuttavia la tassa fallì nel suo intento di tagliare fuori le classi popolari, che continuarono ad avere i loro giornali: prima con pubblicazioni illegali e poi, quando i controlli divennero più severi, organizzandosi tramite acquisti di gruppo e letture ad alta voce nei pub e nei circoli.

Con almeno una decina di lettori per copia, giornali radicali come il Northern Star arrivarono a raggiungere negli anni Quaranta dell’Ottocento il mezzo milione di persone. La stamp duty, però, determinò quello che ancora oggi è l’immaginario collettivo del quotidiano cartaceo. La tassa si pagava a foglio, non a parola, e conveniva dunque avere fogli grandi stipati il più possibile di inchiostro. In pratica un lenzuolo di carta con sette o otto colonne di testo stampato il più in piccolo possibile, con titoli di poco più grandi per non sprecare righe preziose.

Altri governi alle tasse preferirono le sovvenzioni. A Istanbul l’influente settimanale in lingua araba al-Jawa’ib si ritrovò in difficoltà economiche già pochi mesi dopo il lancio nel 1861. Per sopravvivere dovette accettare un sostegno finanziario dal sultano – e lo annunciò in prima pagina, aggiungendo che “in queste circostanze dobbiamo promettere lealtà”.

… e strilloni

Cosa succedeva dove, come negli Stati Uniti, non c’erano né tasse né sussidi? Succedeva che un editore poteva tentare un azzardo: vendere un quotidiano a un centesimo, un sesto dei giornali affermati. Nasceva così, nel 1833, il Sun del tipografo newyorkese Benjamin Day. Non era tuttavia solo una questione di costo: Day decise di non vendere il suo giornale solo tramite abbonamento, come si faceva fino a quel momento, ma anche per strada, affidandosi ai cosiddetti strilloni che acquistavano le copie del quotidiano all’ingrosso e le rivendevano – strillando i titoli del giorno – tra i passanti.


© Wikipedia
Benjamin Day

Il giornale non si rivolgeva più a mercanti e uomini di partito interessati ai listini dei prezzi, agli arrivi delle navi e agli editoriali politici oltre che alle notizie. Il pubblico di riferimento era adesso più ampio e popolare, e andava incuriosito. Cambiarono così i contenuti: cronaca nera, storie a effetto, perfino qualche bufala, come la celebre scoperta di forme di vita sulla Luna strillata, non solo metaforicamente, nell’agosto del 1835.

E cambiò anche la pagina: il “lenzuolo” delle testate affermate era difficile da tenere in mano camminando e lasciò il posto a un formato più piccolo. Due anni dopo il lancio, il Sun vendeva quasi 20mila copie al giorno, più di qualsiasi altro giornale del Paese. Era l’inizio di una corsa al lettore di strada che mezzo secolo dopo avrebbe prodotto i titoloni del World di Joseph Pulitzer e del Journal di William Randolph Hearst e aperto i giornali a contenuti non strettamente giornalistici, come i fumetti.


© Keystone
Joseph Pulitzer

Con prezzi così bassi si coprivano a malapena i costi: i soldi, gli editori, li facevano con la pubblicità. Lo stesso accadde nel Regno Unito quando, a metà Ottocento, la tassa sui giornali venne abolita e i prezzi crollarono, mettendo paradossalmente in crisi proprio quei giornali che la tassa cercava invano di contrastare. Gli inserzionisti si ritrovarono infatti con un potere che la politica, con le sue leggi, non era mai riuscita a esercitare: senza di loro, scrivono Curran e Seaton, un giornale non stava più in piedi. E così la stampa radicale, sopravvissuta a tasse e sequestri, non sopravvisse agli inserzionisti che non volevano comparire su quelle pagine.

Il resto è attualità. Il modello fondato su lettori e inserzionisti ha retto per oltre un secolo, fino all’arrivo di motori di ricerca e social media che hanno attirato a sé la pubblicità. Cambiando, di nuovo, le forme in cui si fa giornalismo.

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