Quando Facebook era il cortile di casa

Dagli esordi a oggi, la creatura di Zuckerberg è evoluta: dagli amici si è passati ai follower, dal “diario” all’opinione (spesso non richiesta)

Di Marco Narzisi

Ribattezzato ironicamente Boomerbook, per l’età media della sua utenza, dagli esordi a oggi, la creatura di Zuckerberg è evoluta – come un Pokémon, ma anziché guadagnare punti salute, ha perso punti aura –: dagli amici si è passati ai follower, dal “diario” all’opinione (spesso non richiesta).

Viene dato spesso per morto, eppure Facebook è ancora là: il social storico di Meta è ancora in cima alle classifiche di utilizzo, pur se insidiato da Instagram e TikTok, con oltre 3 miliardi di utenti attivi mensili nel mondo di cui circa 5,6 milioni in Svizzera.

Boomerbook

Ma Facebook non è più quello di una volta, c’è chi ormai lo chiama Boomerbook, visto l’intenso utilizzo da parte di utenti di età media decisamente adulta, sovente in pensione con molto, troppo tempo libero a disposizione e una scarsa propensione a distinguere la comunicazione sui social dalla vita reale (per la gioia degli avvocati penalisti). Ma al di là dell’età degli utenti, a essere sostanzialmente cambiata è proprio la natura stessa di Facebook, e la colpa lo sappiamo tutti di chi è: dell’algoritmo. Quell’oscuro manovratore che oggi da un lato decide cosa devi vedere e dall’altro ti premia se il tuo video con la ricetta della carbonara alle vongole e maionese riceve migliaia di interazioni (e non importa se il 90% di esse inizia con “che schifo”) mostrandolo a chi ingenuamente sta cercando solo una normale ricetta.

Ce lo ricordiamo tutti cos’era Facebook, nei primissimi Duemila: come recitava lo slogan, ti aiutava a restare in contatto con le persone della tua vita, anche quelle che non volevi vedere. Si aggiungevano agli amici i parenti, dalla mamma al cugino di terzo grado che vive alle Svalbard, gli amici di sempre e quelli delle vacanze estive (che magari c’era un motivo per cui non sentivi più), i compagni di liceo, i colleghi di lavoro e via dicendo. Era, sostanzialmente, un social in senso stretto, fondato sulle relazioni interpersonali: un vero e proprio diario, versione più adulta di strumenti come Netlog. L’homepage (l’odierno feed) era in ordine cronologico, si vedevano i post (anzi, gli status) man mano che venivano pubblicati, ed erano all’inizio in terza persona: “Marco sta cucinando la carbonara”, “Luigi si sta rilassando” e così via.

L’età dell’innocenza

Entravi su Facebook in genere dal PC (l’app arriverà tempo dopo) per vedere cosa stavano facendo i tuoi amici o comunicare con loro scrivendo un messaggio sulla loro bacheca, per dire alla mamma che eri in ritardo per la cena, fissare l’appuntamento per l’aperitivo con l’amico o chiedere al cugino delle Svalbard se aveva visto gli orsi polari. Si pubblicavano interi album fotografici, dalle vacanze alla festa di compleanno alla serata al pub così com’erano, senza selezione delle foto, ed era un fiorire di sfocature, inquadrature a caso, primi piani in espressioni discutibili. Prosperavano i gruppi, da quelli pubblici con argomenti a volte bizzarri del tipo “Noi che prendiamo la cantonale invece dell’autostrada” a quelli strettamente privati fra amici e conoscenti per comunicare tutti insieme.

Non c’era ancora, insomma, il concetto della foto o del post come contenuto destinato a un’audience di sconosciuti: quasi tutto ciò che si pubblicava era a beneficio di un pubblico di amici, parenti e conoscenti. Se scrivevi “bellissima serata ieri!”, sapevano tutti di cosa stavi parlando, se pubblicavi le foto del mare era tutto un pullulare di “Bellissimoo”, “Aahhahha”, “XD” e simili. In un certo senso era ancora un’età dell’innocenza, e un po’ dell’incoscienza, virtuale, scevra dall’ansia da commento negativo, libera dalle preoccupazioni per le conseguenze di quello che si scriveva in pubblico, decisamente meno preoccupata di quisquilie come la privacy.

Poi qualcosa cambia: Facebook smette di dire “Marco è….” facendoti completare la frase in terza persona e inizia a chiederti direttamente “a cosa stai pensando?”. Inizia qui l’epoca dei post chilometrici, delle riflessioni intense sulla vita, dei messaggi subliminali del tipo “gli amici si vedono nel momento del bisogno”: si inizia a concepire Facebook non più come un diario personale in cui raccontare la propria vita, ma come canale attraverso cui divulgare i propri pensieri e, soprattutto, le proprie opinioni. Poi arriva WhatsApp, e con esso la possibilità di scrivere messaggi diretti ai propri contatti senza il limite di caratteri dei vecchi SMS e anche a chi non è ancora iscritto al social: la comunicazione interpersonale esce da Facebook e torna a farsi privata, i gruppi Facebook diventano gruppi WhatsApp e nessuno viene più a sapere che sei in ritardo a cena.

Da cortile a balcone di comizi

Facebook da cortile per chiacchiere con amici diventa infine il balcone da cui lanciare comizi e proclami, il media personale con cui crearsi una platea di fan per esprimere le proprie opinioni, spesso non richieste e altrettanto spesso discutibili: non si va più su Facebook per vedere cosa fanno gli amici, ma per scrollare fra video improbabili, post prolissi e, se si è fortunati, qualche foto discinta non ancora colpita dalla censura del social. L’algoritmo, infine, fa sì che i contenuti prodotti escano dal pubblico ristretto di follower (come si chiamano ora gli amici) e possano essere mostrati anche agli sconosciuti: gli amici non sapranno più cosa stai cucinando, ma la signora Carla di Gorla Minore vedrà la suddetta ricetta della carbonara vongole e maionese, commenterà dicendoti che fa schifo e la sua interazione aumenterà la diffusione della tua ricetta.

Con buona pace di chi, un tempo, si dilettava fra giochi come Pet Society e FarmVille, metteva Mi Piace, anzi, diventava fan di pagine come “Quelli che abbassano il volume per parcheggiare”, e mandava agli amici i poke: che, diciamolo, nessuno ha ancora capito cosa fossero, e decisamente non ci mancano.


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