Oppy De Bernardo. In arte come sul cantiere
Docente di Educazione visiva e arti plastiche alle Medie di Losone, De Bernardo è un artista ticinese che sin da bambino ha scansato i giochi, preferendo a questi matite colorate e carta…
Di Daniele Bernardi
Docente di Educazione visiva e arti plastiche alle Medie di Losone, De Bernardo è un artista ticinese che lavora con gli strumenti dell’arte contemporanea. Com’è naturale, il tutto è partito dal suo antico amore per il disegno: sin da bambino ha scansato i giochi, preferendo a questi matite colorate e carta. La pittura ha avuto una grande importanza per lui e, nonostante non facesse esattamente parte delle passioni di famiglia, è stata il faro che ha diretto le sue scelte di vita.
«Da bambino passavo tutti i fine settimana con mio padre e mio fratello a preparare i carri che avrebbero sfilato per la “Festa dei fiori” di Locarno (evento ormai scomparso, che prevedeva una parata conclusiva). Lui era di Napoli. Orfano di padre, a otto anni aveva cominciato a lavorare in una fabbrica di tappi di bottiglia. Poi era diventato scalpellino. A diciotto era emigrato in Svizzera, dove per tutta la vita avrebbe fatto il marmista. Non so come, entrò nel giro di quelli che allestivano la manifestazione e si distinse per la sua abilità. Sui carri erano rappresentati spaccati della vita contadina, scene agresti che vedevano realizzati cascinali di polistirolo su tappeti d’erba e fiori. Lui li costruiva nel corso dell’anno e io lo seguivo, imparando a maneggiare i materiali, a stare con gli adulti. Non era un padre come quelli di oggi, che ti fanno le coccole e ti dicono “ti voglio bene”, ma mi portava fra la gente e mi insegnava a fare le cose».

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Dal lavoro in cantiere ai corsi serali
Classe 1970, Oppy è un artista perfettamente in linea con le sue origini, delle quali, quando lo incontro in un bar di Bellinzona, mi parla consegnandomi il bellissimo ritratto del padre che avete appena letto. Si è diplomato nel 1996 all’Accademia di Belle Arti di Brera, in un’epoca in cui la celeberrima istituzione milanese si popolava di vari ticinesi in formazione: gli artisti Umberto De Martino e Giona Bernardi, il curatore Noah Stolz. Il suo percorso di formazione però non è stato quello di un giovane che ha alle spalle l’istituto d’arte.
«Siccome alle Medie ero un “mezzo delinquente”, mio padre era preoccupato e terminate le scuole mi mandò a lavorare. Io già volevo fare l’artista e andare a Brera, perché amavo disegnare e in tutti i libri che leggevo tornava sempre questo nome. Naturalmente, per lui neanche a parlarne: mi mandò a fare il piastrellista e, in seguito, a lavorare sui cantieri, dove ho imparato tantissimo (si tratta di un mondo parallelo, in cui devi essere “sgamato” e saperti fare le ossa). Il mio desiderio, però, non si spegneva e cominciai a seguire i corsi serali di pittura della Migros. È lì che ho avuto la fortuna di incontrare Jo Bressani (Monthey, 1923 – Locarno, 2012). Vedova di Mario Bressani, ex banchiere divenuto direttore della Fabbrica Tabacchi Brissago, aveva ripreso l’attività artistica interrotta con la morte del marito dedicandosi alla pittura, alla stampa, alla satira, all’illustrazione di libri di ricette e, anche, all’insegnamento. Fu lei a suggerirmi di iscrivermi all’accademia quando, ormai, non ci pensavo più da un pezzo. All’inizio ero titubante, ma poi, dopo aver sentito, una sera, le lamentele di un amico che rimpiangeva le mancate scelte di gioventù, mi sono deciso a provare».
Disegni ‘sbagliati’
Nonostante gli intenti, Oppy non finisce subito in quel di Brera, ma all’Accademia Aldo Galli di Como. Si prepara alle prove d’ammissione proprio con Jo Bressani, che si offre di seguirlo nella copia dal vivo della modella organizzandogli lezioni private in un’arroventata mansarda. Nei giorni d’esame si lega in amicizia a Luigi D’Eugenio, artista a oggi ancora poco noto – in verità, perché così lui vuole – con cui condividerà una parte consistente della sua formazione.
«Non credevo mi avrebbero ammesso: il tratto dei giovani sfornati dai licei artistici mi sembrava decisamente superiore al mio. Poi, grazie a un insegnante, ho capito invece di essere in vantaggio: i loro disegni si assomigliavano tutti, mentre i miei, che erano strani, magari anche un po’ “sbagliati”, si discostavano dall’uniformità generale. Fatto sta che mi presero e, di lì a poco, Jo mi presentò un suo importante amico, col quale ho avuto la fortuna di collaborare a più riprese realizzando mosaici e mostre (oltre all’Accademia di Brera, ho pure studiato due anni da mosaicista progettista a Ravenna). Si trattava nientemeno che dell’artista-scenografo Emanuele Luzzati (Genova, 1921-2007), un’eccellenza anche dal punto di vista umano, perché, a prescindere da chi tu fossi – se Luciano Pavarotti o un semplice studente – si rapportava con te come avrebbe fatto con chiunque. Ciò detto, anche se il tempo passava, io continuavo ad avere in testa Brera e dopo due anni chiesi il trasferimento, approdando così alla mitica Aula 1 di Alberto Garutti».

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Aula 1
Titolare della cattedra di Pittura fino al 2013, da metà anni 90 Alberto Garutti (Galbiate, 1948 – Milano, 2023) ha formato artisti su artisti, attraverso un sistema didattico che vedeva i partecipanti alle lezioni mettere “sotto attacco” gli uni i lavori degli altri in una continua sfida dialettica e intellettuale.
«Le sue lezioni andavano oltre la pittura: erano teatro, poesia, scultura. “Io devo venire qua”, ho pensato dopo esserci stato per la prima volta», ricorda Oppy riferendosi a quel periodo. Con questo percorso, De Bernardo si lega in amicizia ad altri che, come lui, in quel periodo bazzicano l’Aula 1. Fra questi, oltre i ticinesi citati e Luigi D’Eugenio, l’artista italiano Roberto Cuoghi, da molto tempo fra i più significativi della sua generazione.
Oggi l’opera di Oppy De Bernardo si muove prevalentemente nell’ambito dell’installazione, privilegiando l’intervento – museale o urbano – che vede nella partecipazione del fruitore una parte sostanziale, o comunque significativa, dell’intera operazione. Allo stesso tempo, sono il tragitto che porta al progetto e il confronto con la concretezza del fare a essere per lui fondamentali. Si prenda ad esempio il caso di Apolide (2018), colossale atto pubblico che ha visto la Piazza Grande di Locarno popolarsi di seimilacinquecento salvagenti variopinti in risposta a quella perenne ferita aperta che è il fenomeno della migrazione globale.
Guardarsi intorno
«Dopo la morte di mio padre, sono partito per un lungo viaggio e sono arrivato a Lampedusa, dove ho assistito a uno sbarco. Ero sgomento: vedevo corpi inermi galleggiare nell’acqua. Quando sono andato dall’altra parte dell’isola, invece, mi sono trovato di fronte alla tipica situazione da vacanze: aperitivi, musica e, soprattutto, bambini che, armati di salvagenti, inscenavano annegamenti e salvataggi. Ho quindi progettato Apolide a partire da questo spunto – dico sempre che per fare quel che faccio, devo solo guardarmi intorno – con l’idea di creare, dove a Locarno una volta arrivava l’acqua, un’isola felice, priva di frontiere in nome delle quali si muore e abitata dal solo essere libero che esista: l’animale (i salvagenti sono tutti a forma faunesca, con una particolare predilezione per il fenicottero). Di tutto questo processo per me la parte più bella non è stata l’opera in sé, ma l’aver visto una vasta comunità di amici, colleghi e conoscenti prendere a cuore il progetto e farlo proprio, impegnandosi a realizzarlo come se, davvero, con quel gesto simbolico si potesse salvare, se non qualcuno, almeno qualcosa».

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