Il Nuovo Ticino7. Settimanale della Svizzera italiana.

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di Giancarlo Fornasier

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Edizione Nr. 42 20 ottobre 2017

Quanti di noi sono stati almeno una volta sulla piazza di Palazzo Federale? E quanti hanno visitato città come Biel/Bienne, Thun o Winterthur? È molto probabile che ci siano turisti cinesi che conoscono la Svizzera meglio di tanti «svizzero italiani», intesi come coloro che hanno il passaporto rossocrociato, ma anche gli stranieri italofoni che qui vivono e lavorano. Sarà il solito «effetto Gottardo», e la fobia di varcare le Alpi? In un recente dibattito trasmesso dalla RSI («Parleremo svizzero?» del 29 maggio) Verio Pini, consulente della Confederazione per la politica linguistica, evidenziava gli sforzi intrapresi da Berna nel quadro legislativo entro il quale le istituzioni federali si possono muovere e promuovono la nostra lingua (per esempio, la possibilità di consultare il portale dell’amministrazione in almeno 3 delle quattro lingue nazionali). Tutto questo si scontra con le autonomie cantonali, che includono la scelta di insegnare o meno l’italiano. Ma il problema è un altro: pensare di promuovere la nostra lingua imponendola agli altri, difficilmente porterà dei vantaggi. Molto meglio convincersi che i veri ambasciatori dell’italiano siamo proprio noi che lo parliamo, e che per comunicare con gli altri (le maggioranze) è indispensabile conoscere le altre lingue nazionali. A guadagnarci saranno solo i ticinesi.

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