Le gambe e la testa

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Di laRegione

Quale genitore non ha mai pensato, almeno una volta, che suo figlio/figlia fosse «geniale»? Certo, forse il piccolo non è mai stato in grado di risolvere equazioni di primo grado in tenera età, ma le sue capacità non sono mai state comuni. Che ciò corrisponda a verità poco importa, visto che ogni bambino è unico e acuto a modo suo, e come tale va considerato e fatto crescere. Un concetto più volte ribadito anche nel nostro articolo di apertura, dedicato ai ragazzi con potenziali cognitivi elevati. Chi si occupa direttamente di ragazzi impegnati in attività fisiche (in particolare gli «sportivi d’élite») conferma come la contrapposizione sport-cervello in verità sia solo apparente: senza la capacità di gestire gli impegni non si va da nessuna parte, e una buona organizzazione è alla base di qualsiasi risultato. Se è noto che praticare attività fisiche e agonistiche sia importante perché contribuisce in modo determinante allo sviluppo motorio e al coordinamento, le valenze più positive dei giochi di squadra (i più praticati, come calcio o hockey) si concentrano soprattutto nella capacità di far parte di un gruppo e contribuire con il proprio ruolo/apporto all’ottenimento di un risultato: si impara a fidarsi degli altri e ci si responsabilizza. Un approccio che nei bambini è innato, visto che già a partire dai 3 anni sanno benissimo come funzionano le dinamiche di gruppo e che cosa devono o non devono fare se vogliono continuare a giocare con gli altri. Poterli osservare mentre si intrattengono liberamente rappresenta un’ottima forma di educazione anche per noi adulti.

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